Quando scegliamo un allenatore ci concentriamo sulle sue competenze, sull’esperienza, sui risultati degli atleti che segue. Giustamente. Vogliamo capire se saprà leggere i nostri dati, organizzare la preparazione e accompagnarci verso quella gara che abbiamo già cominciato a correre nella testa. Dedichiamo molta meno attenzione a una domanda che, invece, meriterebbe qualche minuto: noi, dentro questo rapporto, che cosa siamo disposti a portare?
La qualità del lavoro dipende anche dalla partecipazione dell’atleta, mentre il coach deve creare le condizioni perché quella partecipazione sia possibile. È uno spunto che vale la pena portare nella quotidianità del triathlon. Per come intendo il lavoro al PandaLab, la preparazione prende forma nel confronto fra quello che programmiamo, quello che accade davvero e quello che impariamo dalla differenza. In mezzo ci sono persone, giornate storte, turni di lavoro, entusiasmo e le domeniche per la famiglia.
Comincerei proprio dalla responsabilità dell’allenatore. Chiedere sincerità a un atleta comporta essere disponibili ad ascoltare anche le risposte scomode. Se ogni allenamento saltato diventa un processo e ogni dubbio viene interpretato come una contestazione, che tipo di comunicazione stiamo cercando di costruire?
Personalmente, preferisco sapere che una seduta è stata modificata, capire perché e valutarne le conseguenze. Un atleta deve potermi dire che il programma sta diventando difficile da conciliare con la settimana, oppure che un’indicazione gli risulta poco chiara. Poi si decide insieme come intervenire, mantenendo le rispettive responsabilità.
Davis, Jowett e Tafvelin (2019), in un articolo che presenta due studi, hanno esaminato le associazioni tra strategie di comunicazione, qualità della relazione coach–atleta e soddisfazione sportiva. I risultati sostengono l’importanza del confronto e del supporto reciproco, senza dimostrare che una migliore comunicazione produca automaticamente un miglioramento della prestazione.
Nel concreto, trovo utile concordare fin dall’inizio cose apparentemente banali: quali informazioni riportare dopo una seduta, come segnalare un imprevisto, quali modifiche l’atleta può gestire autonomamente e quali richiedono un confronto. Evitiamo così di pretendere comportamenti che nessuno ha mai spiegato.
Una revisione sistematica di Saw, Main e Gastin (2016), comprendente 56 studi, ha rilevato che le misure soggettive di benessere mostravano una maggiore sensibilità e coerenza nel riflettere le variazioni del carico di allenamento rispetto alle misure oggettive considerate. Questo sostiene l’utilità di raccogliere sistematicamente le percezioni dell’atleta all’interno del monitoraggio.
Per questo, a me interessa molto leggere «nell’ultimo blocco ho mantenuto il passo, ma lo sforzo è salito nettamente rispetto al solito». Bastano poche righe precise. Anche «ho accorciato perché avevo soltanto quaranta minuti» è un’informazione utile: mi permette di distinguere un problema organizzativo da una difficoltà fisica.
Chiarire le aspettative, individuare poche priorità e rendere comprensibili le indicazioni: un atleta deve sapere su cosa concentrare l’attenzione, senza ricevere contemporaneamente tutte le correzioni che il coach sarebbe capace di formulare.
Immaginiamo un triatleta che voglia migliorare la corsa nell’Ironman. Potremmo discutere di soglia, forza, tecnica, alimentazione, gestione della bici e distribuzione degli allenamenti. Prima di aggiungere lavori, però, io vorrei ricostruire come sta usando quelli che ha già: quali riesce a svolgere bene, quali modifica, dove compare la fatica e che cosa succede nei giorni successivi.
Se nell’esempio emergesse che ogni corsa facile viene trasformata in una verifica della forma, partirei da lì. Concorderei un criterio di esecuzione e controllerei come cambia la settimana quando viene rispettato. Aggiungere un’altra seduta impegnativa, prima di aver chiarito questo comportamento, renderebbe più difficile capire che cosa stiamo valutando.
C’è anche una responsabilità del coach nel saper spiegare una scelta senza nascondersi dietro il linguaggio tecnico. Se assegno un lavoro, devo riuscire a renderne comprensibili obiettivo, modalità e margini di adattamento.
Il rapporto che cerco di costruire è questo: l’atleta porta esecuzione, osservazioni e una descrizione onesta di ciò che vive; io porto una proposta di lavoro, analisi e competenze, ma con la necessità che giungano all’atleta sotto forma di istruzioni utilizzabili.
O di cazzeggio, che poi è il livello comunicativo più efficace.

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