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giovedì 30 luglio 2026

Come si supera una una gara andata male...

 

Una gara può andare male in molti modi. Si può concludere lontano dal tempo previsto, perdere progressivamente efficacia, commettere errori nella gestione dello sforzo, incontrare problemi nutrizionali oppure arrivare al traguardo con la sensazione di non avere espresso il proprio reale potenziale. A volte, invece, il risultato è oggettivamente buono, ma rimane distante dalle aspettative costruite durante i mesi precedenti.

In tutti questi casi, la prima reazione tende a essere emotiva: delusione, rabbia, frustrazione, vergogna, ricerca immediata di una spiegazione. È una risposta comprensibile, soprattutto quando la gara rappresentava il punto di arrivo di un lungo ciclo di preparazione.

Il problema nasce quando il risultato viene trasformato troppo rapidamente in un giudizio complessivo sull’atleta: sono una pippa, non riuscirò mai a tornare ai miei livelli, ho sprecato mesi di lavoro, sotto pressione fallisco sempre.

Una prestazione negativa, però, è un evento complesso che rappresenta soltanto ciò che l’atleta è riuscito a esprimere in quelle specifiche condizioni e in quel preciso momento.

La preparazione fisica costituisce certamente una parte fondamentale del risultato, ma non è l’unica. 

Nelle ore immediatamente successive alla competizione, l’atleta raramente possiede la lucidità necessaria per produrre un’analisi affidabile. La fatica fisica, il confronto con le aspettative e l’intensità emotiva favoriscono giudizi assoluti e ricostruzioni poco equilibrate.

La ricerca sulla paura del fallimento nello sport mostra che ciò che gli atleti temono non è soltanto il risultato negativo, ma soprattutto le sue conseguenze percepite.

Per questo motivo, la reazione iniziale può essere sproporzionata rispetto all’effettivo significato tecnico della gara. L’atleta sta semplicemente  difendendo l’immagine che possiede di sé.

Gli studi sulla self-compassion nello sport mostrano che un atteggiamento meno giudicante verso sé stessi non equivale ad abbassare gli standard o a cercare giustificazioni, ma potrebbe favorire una migliore regolazione delle emozioni negative e una risposta psicofisiologica più adattiva al ricordo di un fallimento sportivo, a patto di non romanticizzare il fallimento.

Si sente spesso affermare che dalle sconfitte si impari più che dalle vittorie. Cazzate.

Cosa fare allora?

1. PER 24 ORE NON PRENDERE DECISIONI

Non guardare continuamente classifiche, foto e dati.

2. INTERROMPI IL PROCESSO MENTALE CONTINUO

Ripensare alla gara non significa necessariamente analizzarle: la mente ripete le stesse scene senza produrre alcuna soluzione.

3. NON CERCARE DI CONVINCERTI CHE NON IMPORTA

Importava. Per questo fa male.

4. TORNA RAPIDAMENTE ALLA NORMALITÀ

Dopo il recupero fisico, riprendi allenamenti facili, lavoro, famiglia e relazioni. Non aspettare di sentirti nuovamente motivato per ricominciare. L’azione spesso precede la motivazione.

5. SCEGLI UN SOLO PASSO SUCCESSIVO

Non devi correggere tutto.

La fiducia non ritorna attraverso le frasi motivazionali ma accumulando piccole prove di competenza.

 

E infine la cosa più importante: non buttare subito soldi iscrivendoti a un’altra gara per vendicarti.

Ma probabilmente già l'hai fatto.

(Proprio come avremmo fatto tutti noi!)   

 

Riferimenti scientifici essenziali

Abbiss, C. R., & Laursen, P. B. (2008). Describing and understanding pacing strategies during athletic competition. Sports Medicine.

Ceccarelli, L. A., Giuliano, R. J., Glazebrook, C. M., & Strachan, S. M. (2019). Self-Compassion and Psycho-Physiological Recovery From Recalled Sport Failure. Frontiers in Psychology.

Fullagar, H. H. K. et al. (2015). Sleep and athletic performance: the effects of sleep loss on exercise performance, and physiological and cognitive responses to exercise. Sports Medicine.

Huang, D. et al. (2025). Enhancing athlete performance under pressure: the role of attribution training in mitigating choking. Frontiers in Psychology.

Kellmann, M. et al. (2018). Recovery and Performance in Sport: Consensus Statement. International Journal of Sports Physiology and Performance.

Meeusen, R. et al. (2013). Prevention, diagnosis, and treatment of the overtraining syndrome. Medicine & Science in Sports & Exercise.

Mountjoy, M. et al. (2023). International Olympic Committee consensus statement on Relative Energy Deficiency in Sport. British Journal of Sports Medicine.

Neumann, D. L., & McInnes, M. (2025). A Brief Writing Intervention Assists Athletes to Cope With Performance Failures. PsyCh Journal, 14(5), 787–798.

Racinais, S. et al. (2015). Consensus Recommendations on Training and Competing in the Heat. Sports Medicine.

Sagar, S. S., Lavallee, D., & Spray, C. M. (2007). Why young elite athletes fear failure: consequences of failure. Journal of Sports Sciences.

Zhang, N. et al. (2023). Athletes’ self-compassion and emotional resilience to failure: the mediating role of vagal reactivity. Frontiers in Psychology.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 27 luglio 2026

DNS: se non gareggio, non posso fallire

 

Ci sono atleti che si preparano per mesi a una gara importante, si allenano con continuità, completano i lunghi, migliorano i dati, provano materiali e nutrizione, organizzano la vita intorno all’obiettivo.

Poi la gara si avvicina e compare un motivo per non partire.

Un doloretto che fino alla settimana precedente non impediva di allenarsi. Una notte dormita male. Le sensazioni poco brillanti. Il meteo. Il lavoro. La paura che il problema possa peggiorare. La convinzione di non essere più nella condizione prevista.

Le chiamano motivazioni, ma possonoe ssere alibi o scuse: il problema può anche essere reale, ma viene ingrandito fino a trasformarlo nell’autorizzazione a evitare la gara.

Naturalmente non parlo di febbre, infezioni, traumi acuti, problemi clinici, limitazioni funzionali evidenti, indicazioni mediche o situazioni familiari serie. In questi casi rinunciare può essere la scelta più intelligente.

Parlo di quella zona molto più ambigua nella quale il corpo potrebbe gareggiare, magari rivedendo gli obiettivi, ma l’atleta preferisce non verificare cosa accadrebbe davvero.

La gara, del resto, ha un difetto: produce un risultato.

Finché ti alleni puoi continuare a essere l’atleta che pensi di essere. Puoi mostrare il miglior lungo, i watt dell’allenamento riuscito, il passo della ripetuta, il carico settimanale e la condizione teorica.

In gara il potenziale deve diventare una prestazione, e potrebbe anche non succedere.

Il DNS permette invece di conservare tutto intatto: non hai fallito, semplicemente non hai potuto dimostrare quanto valevi.

In psicologia dello sport questo meccanismo è vicino al self-handicapping: individuare, dichiarare o costruire un ostacolo che consenta di proteggere la propria immagine nel caso di un risultato negativo. Negli atleti è stato collegato alla difesa dell’autostima, alla paura del fallimento e alle forme meno funzionali di perfezionismo. Finez e colleghi lo hanno studiato direttamente nelle situazioni sportive; Török e colleghi hanno osservato che le preoccupazioni perfezionistiche possono favorirlo; Kang e Gong hanno trovato una relazione tra perfezionismo disfunzionale, paura del fallimento, self-handicapping e burnout.

I motivi che possono portare un atleta a tirarsi indietro sono molti:

  1. Paura di non raggiungere il tempo previsto. Dopo mesi passati a parlare di un obiettivo, accettare un risultato più lento diventa difficile.

  2. Paura di scoprire il proprio livello reale. Il risultato potrebbe mostrare che la preparazione, il talento o le aspettative non erano quelli immaginati.

  3. Protezione dell’immagine. Squadra, amici, coach, chat, Strava e social trasformano una gara in una verifica pubblica.

  4. Timore di deludere qualcuno. Alcuni atleti vivono il risultato come una misura del valore che hanno agli occhi del coach, della famiglia o del gruppo.

  5. Perfezionismo del “o tutto o niente”. Se non posso gareggiare al cento per cento, preferisco non gareggiare. Peccato che quasi nessuno arrivi a una gara lunga sentendosi perfetto.

  6. Ansia pre-gara interpretata come segnale fisico. Stanchezza, tachicardia, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali, sonno leggero e sensazioni insolite possono essere letti come prove di una condizione compromessa.

  7. Ricerca dell’alibi perfetto. Il fastidio, il meteo o il problema logistico permettono di spiegare in anticipo un eventuale risultato negativo.

  8. Catastrofizzazione del dolore. Un piccolo fastidio viene collegato immediatamente all’ipotesi di infortunio, ritiro o danno duraturo.

  9. Paura di rivivere una gara precedente andata male. Crisi, ritiro, problemi intestinali o crolli nella parte finale possono rendere minacciosa una nuova partenza.

  10. Burnout o esaurimento mentale. L’atleta ha completato il programma, ma nel frattempo ha perso interesse, coinvolgimento e disponibilità a sostenere un’altra giornata impegnativa.

  11. Motivazione prevalentemente esterna. La gara era stata scelta per dimostrare qualcosa, ricevere approvazione, seguire il gruppo o costruire un’identità. Quando arriva il momento di pagare il costo reale, quella motivazione non basta.

  12. Difficoltà ad accettare ciò che non può essere controllato. Meteo, avversari, percorso, meccanica, alimentazione e risposta del corpo rendono la gara molto meno prevedibile di un allenamento.

  13. Preparazione insufficiente riconosciuta troppo tardi. Durante i mesi precedenti ci si racconta che il tempo rimasto sarà sufficiente. A ridosso della gara la distanza tra condizione reale e obiettivo diventa evidente.

  14. Conservazione del potenziale immaginato. “Se fossi partito avrei fatto una grande gara” è psicologicamente più comodo di un risultato reale, ordinario e verificabile.

Gli studi sulla paura del fallimento mostrano che gli atleti non temono soltanto la sconfitta. Temono la vergogna, la riduzione della stima di sé, l’assenza di un senso di realizzazione, l’incertezza sul futuro e la possibilità di deludere le persone importanti. Sono conseguenze percepite che spiegano perché, per alcuni, evitare la prova possa diventare preferibile rispetto al rischio di essere giudicati.

Anche il perfezionismo va interpretato bene. Cercare standard elevati può essere utile. Il problema nasce quando ogni errore viene vissuto come inaccettabile e un risultato inferiore alle aspettative diventa una svalutazione personale. Le ricerche di Hall, Kerr e Matthews e quelle di Stoeber e colleghi collegano soprattutto la preoccupazione per gli errori e le reazioni negative all’imperfezione con una maggiore ansia competitiva e una minore fiducia.

Nel triathlon l’ansia precompetitiva è tutt’altro che rara. Hammermeister e Burton rilevarono nei triatleti livelli di ansia cognitiva e somatica superiori rispetto a runner e ciclisti. Nello stesso studio, però, l’ansia non determinava automaticamente un peggioramento della prestazione. Essere agitati, dormire male o sentire il corpo diverso nei giorni precedenti non significa necessariamente essere incapaci di gareggiare.

Come coach non ritengo che il mio compito sia convincere un atleta a gareggiare a qualunque costo. Devo valutare il rischio, ascoltare i sintomi, osservare la funzionalità, eventualmente chiedere un parere medico e proteggere la salute dell’atleta.

Devo però anche evitare di confermare automaticamente ogni "via di fuga" delle ultime settimane.

La gara fa parte della preparazione. Bisogna preparare anche la possibilità di non sentirsi perfetti, di modificare l’obiettivo, di gestire una giornata mediocre, di essere superati, di sbagliare qualcosa e di ottenere un risultato inferiore alle attese.

Perchè lo sport, come la vita, ci presenterà continue occasioni dove esprimerci al nostro meglio, a patto che lasciamo che quelle occasioni siano poste in essere! 


Bibliografia

Clough P.J., Dutch S., Maughan R.J., Shepherd J. (1987), Pre-race drop-out in marathon runners: reasons for withdrawal and future plans, British Journal of Sports Medicine, 21, 148-149.

Clough P.J., Shepherd J., Maughan R.J. (1989), Marathon finishers and pre-race drop-outs, British Journal of Sports Medicine, 23, 97-101.

Hammermeister J., Burton D. (1995), Anxiety and the Ironman: Investigating the Antecedents and Consequences of Endurance Athletes’ State Anxiety, The Sport Psychologist, 9, 29-40.

Conroy D.E. (2004), The Unique Psychological Meanings of Multidimensional Fears of Failing, Journal of Sport and Exercise Psychology, 26, 484-491.

Sagar S.S., Lavallee D., Spray C.M. (2007), Why Young Elite Athletes Fear Failure: Consequences of Failure, Journal of Sports Sciences, 25, 1171-1184.

Hall H.K., Kerr A.W., Matthews J. (1998), Precompetitive Anxiety in Sport: The Contribution of Achievement Goals and Perfectionism, Journal of Sport and Exercise Psychology, 20, 194-217.

Stoeber J., Otto K., Pescheck E., Becker C., Stoll O. (2007), Perfectionism and Competitive Anxiety in Athletes, Personality and Individual Differences, 42, 959-969.

Finez L., Berjot S., Rosnet E., Cleveland C., Tice D.M. (2012), Trait Self-Esteem and Claimed Self-Handicapping Motives in Sports Situations, Journal of Sports Sciences, 30, 1757-1765.

Török L., Szabó Z.P., Orosz G. (2022), Elite Athletes’ Perfectionistic Striving vs. Concerns as Opposing Predictors of Self-Handicapping, Frontiers in Psychology, 13, 862122.

Gustafsson H., Sagar S.S., Stenling A. (2017), Fear of Failure, Psychological Stress, and Burnout among Adolescent Athletes Competing in High-Level Sport, Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports, 27, 2091-2102.

Lonsdale C., Hodge K., Rose E. (2009), Athlete Burnout in Elite Sport: A Self-Determination Perspective, Journal of Sports Sciences, 27, 785-795.

Sorkkila M., Tolvanen A., Aunola K., Ryba T.V. (2019), The Role of Resilience in Student-Athletes’ Sport and School Burnout and Dropout, Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports, 29, 1059-1067.

Molenaar B., Willems C., Verbunt J., Goossens M. (2021), Achievement Goals, Fear of Failure and Self-Handicapping in Young Elite Athletes with and without Chronic Pain, Children, 8, 591.

Kang W., Gong C. (2024), Exploring Potential Mediating Mechanisms between Maladaptive Perfectionism and Athlete Burnout, Frontiers in Psychology, 15, 1416281.

venerdì 8 maggio 2026

Il peso come problema nel triathlon e nell'endurance

 

In un contesto totalizzante come il triathlon, dove ci sono tantissimi aspetti che lo rendono uno sport meraviglioso, ci sono anche alcuni fattori assolutamente rilevanti sui quali riporre attenzione.

L'aspetto del peso è sicuramente uno dei più delicati.

Senza girarci troppo intorno, la priorità assoluta di un coach è e deve essere quella della salute dei propri atleti.

Una composizione corporea estremizzata, supervisionata e analizzata costantemente, per quanto mi riguarda ha senso per atleti elite agonisti il cui obiettivo principale e professionale è la prestazione sportiva.

Per tutti gli altri il discorso è paradossalmente ancora più complesso.

Nel mondo dell'endurance il corpo è sottoposto a stress fisici e mentali elevati, difficilmente compatibili con un regime alimentare restrittivo ovvero in costante deficit.

In sintesi, perdere peso mentre si prepara un IronMan non èproprio una scelta saggia. 

I rischi in questo caso possono svariare su vari ambiti, da quello di una prestazione sportiva non all'altezza  a quelli più seri legati al benessere psico-fisico.

In questi casi, naturalmente, la figura professionale di un esperto di nutrizione sarebbe necessaria, ma prima ancora, forse, sarebbe necessaria la consapevolezza che con il giusto equilibrio si possono ottenere i veri risultati, realistici, solidi, sostenibili e duraturi.

venerdì 21 febbraio 2025

Il triatleta felice?

Questo probabilmente è l'ultimo post che un triatleta vorrebbe leggere.

Probabilmente, perchè si pne di fronte a quello che non vorrebbe mai sentire. 

Il mio spunto scaturisce da uno studio di Tatjana Bill che  esplora la psicologia degli atleti di ultra-endurance, analizzando la loro passione, stile di vita e le forze motivazionali che li spingono a praticare sport estremi, al fine di tracciare un quadro dello sviluppo della loro passione, dall'inizio fino alla completa adozione di uno stile di vita basato sull’endurance.

Quello che interessa me, almeno in questa mia analisi, non è tanto il percorso di crescita sviluppato in cinque fasi  (tra l'altro molto ben definito) quanto la  relazione tra passione, motivazione e felicità.

La scoperta, decisamente NON inaspettata, è che ci sono due tipi di passione verso queste discipline:

  • passione armoniosa: ben integrata con altre aree della vita, permette agli atleti di scegliere liberamente quando e come allenarsi.
  • passione ossessiva: dominata dal bisogno compulsivo di allenarsi, portando a conflitti, squilibri emotivi e infortuni.
  • La cosa interessante tuttavia, ovvero quella che vorrei approfondire: contrariamente alle aspettative, la passione armoniosa non è stata direttamente associata a maggiore felicità!

    Nel contesto degli sport di ultra-endurance infatti, la passione armoniosa è generalmente vista come un fattore positivo, in quanto permette agli atleti di mantenere un equilibrio tra sport, vita personale e benessere psicologico. Tuttavia, lo studio condotto da Tatjana Bill ha rivelato un dato che contraddice le aspettative della psicologia dello sport e delle teorie della motivazione. 

    Potrebbero essere diverse le spiegazioni a questa apparente contraddizione: gli sport di ultra endurance, per loro natura, comportano uno stress fisico e mentale eccezionale dove anche gli atleti più equilibrati e con una passione armoniosa devono affrontare:

    • fatica cronica e dolore fisico dovuti all'enorme volume di allenamento
    • esaurimento mentale e burnout causato dall’impegno a lungo termine
    • rischi di infortuni e problemi di salute, come sovraccarichi muscolari, problemi gastrointestinali durante le gare, disturbi del sonno

    Anche se la passione è vissuta in modo armonioso, questi fattori possono ridurre il benessere complessivo dell’atleta, creando un paradosso: l’attività sportiva è profondamente significativa, ma non sempre porta a una sensazione di felicità costante.

    La causa potrebbe verosimilmente essere ricondottaad una forms mentis fortemente orientata alla sfida e alla crescita personale. Per molti, raggiungere un obiettivo non significa fermarsi, ma spingersi ancora oltre:

    • dopo aver completato una maratona, un atleta potrebbe voler affrontare un ultramaratona da 100 km
    • dopo una gara di triathlon Ironman, il passo successivo potrebbe essere una gara multi-day o un evento di endurance estremo

    Questa mentalità della "prossima grande sfida" fa sì che gli atleti raramente si fermino a godersi il traguardo raggiunto. 

    La continua ricerca di nuove prove di resistenza può alimentare una forma di insoddisfazione costante, dove la felicità viene sempre proiettata nel futuro invece di essere vissuta nel presente.

    Anche negli atleti con una passione armoniosa c'è il potenziale rischio che lo sport possa diventare una parte integrante dell’identità personale. Molti atleti si definiscono attraverso lo sport, il che può avere conseguenze psicologiche rilevanti:

    • pressione sociale e aspettative interne (essere parte di un contesto di ultra endurance può creare aspettative implicite di miglioramento continuo)
    • difficoltà nel trovare un equilibrio con la vita quotidiana (anche con una passione armoniosa, lo sport può consumare molto tempo, riducendo lo spazio per altre attività significative)
    • paura dell’inattività  (per molti atleti, periodi di stop forzato possono essere emotivamente difficili e influenzare negativamente il senso di benessere

    In sintesi, nell'ultra endurance il livello di impegno richiesto è talmente alto che anche un approccio equilibrato non impedisce stress, fatica e sacrifici.

    Chiramente, non significa che queste impicazioni siano accusate da ogni atleta, ma sicuramente suggeriscono la necessità di strategie adottate soprattutto dalla sinergia/fiducia del binomio coach/atleta per garantire che lo sport  di ultra endurance sia vissuto in modo davvero sostenibile, riducendo al minimo l’impatto negativo su felicità e benessere.

    mercoledì 9 ottobre 2024

    La psicologia di quando si sorpassa e quando si viene sorpassati in gara

     

    Parlare di psicologia è sempre rischioso (oltre che poco professionale) quando il relatore è "solo" un allenatore, quindi cambiate "psicologia" in "tutto quello che vi passa per la testa" e stiamo a posto, ok?

    Durante il mio ultimo IronMan, durante la corsa ho avuto modo di raggiungere il mio amico e compagno di squadra Alessandro (che stava comunque  un giro dietro di me).

    Abbiamo chiacchierato un po', poi io mi sono fermato ad un ristoro e lui ha proseguito.

    Siccome ho una certa esperienza e conosco le dinamiche dell'IronMan, ho capito subito che quella situazione  -benchè Alessandro sapesse che mi stavo fermando non per stanchezza ma per bere e poi ripartire- sarebbe stata una bella spinta motivazionale per lui: vedere che in qualche modo stacchi un atleta più forte di te è sempre una carica di adrenalina.

    Quando dopo un po' l'ho raggiunto di nuovo, consapevole delle dinamiche "opposte", da parte mia è entrata subito in gioco una ricerca di un atteggiamento  che non potesse arrecargli delusione.

    Lo so, ho un brutto vizio di preoccuparmi degli amici che supero o che mi arrivano dietro... non è assolutamente mancanza di competività perchè do sempre il meglio per me e per batterli, ma quello di valorizzare le esperienze (in generale) dei miei amici assuume sempre una rilevanza fondamentale in me.

    Cosa ho fatto e detto dunque?

    In questi casi il mio obiettivo è quello di distogliere qualsiasi riferimento alla fatica (anche comune) ed evitare incitamente generici ("Daje!" va bene quando sei nel flow, non quando stai in crisi) poco efficaci.

    Ho portato subito il filo su un bel ricordo vissuto insieme, reale, ben definito, recente e nuovamente relizzabile: l'escursione notturna che avevamo fatto insieme qualche settimana prima insieme ad Alessio, promettendoci di replicarla presto.

    Ha funzionato?

    Beh, qualche giorno dopo la gara ne abbiamo parlato e mi ha confermato tutto: l'adrenalina quando mi sono fermato al ristoro e le stupende sensazioni quando abbiamo menzionato l'escursione.

    Quindi, per tornare all'incipit del post, non vi preccupate, perchè in ogni momento e in ogni contesto ""tutto quello che vi passa per la testa.

    ...e la prossima settimana torniamo a fare un'escursione insieme!

    venerdì 20 ottobre 2023

    Quando l'allenatore va oltre l'allenatore...

     

     ...è sbagliato.

    Punto.

    Allenare un atleta, naturalmente ricopre più ampi spettri di azione, perchè bisogna necessariamente abbracciare numerose altre competenze indispensabili per affrontare al meglio il percorso coach-atleta.

    Saper comunicare in maniera efficace, motivare i propri atleti per farli rendere al meglio o rassicurarli quando hanno ansie e dubbi rivolti verso il loro obiettivo, rientrano in quei compiti che rendono un allenatore completo.

    Ma tutto questo rientra nella sfera, come lo abbiamo chiamato prima, di un PERCORSO comune che è finalizzato, per quanto si possa affrontare lo sport in maniera leggera, al benessere fisico e alla prestazione sportiva.

    Questo significa che quando il percorso comincia a deviare verso sentieri che esulano dalle nostre competenze, abbiamo l'obbligo ed il dovere di mettere paletti, e anche ben piantati.

    Un allenatore può consigliare su come gestire un'eventuale integrazione per la gara, ma non può assolutamente strutturare un piano nutrizionale.

    Un allenatore può motivare un atleta per farlo arrivare ad una gara lucido e determinato e preparato anche sul punto di vista mentale, ad esempio sulla gestione degli imprevisti, ma non può essere uno psicologo.

    Spesso si sente dire "il mio allenatore mi fa anche da psicologo" forse con troppa leggerezza, ma parliamo di due percorsi che non possono assolutamente sovrapporsi (ammesso, naturalmente, che l'allenatore non abbia anche quelle competenze, anche se ho comunque dubbi che possa essere una scelta ottimale), perchè si rischia di fare danni seri.

    E sto parlando, forse in un caso più unico che raro sulle pagine di questo blog, in maniera totalmente seria.

    Quindi, "limitiamoci" a fare il coach , perchè vi assicuro, ci sono già abbastanza cazzi amari anche solo nell'allenare...

    giovedì 30 settembre 2021

    La natura di ogni atleta

     


    Essere massivamente presente sui social o mantenere un profilo basso?

    Qual è la condotta che un triatleta dovrebbe mantenere?

    Di solito chi posta e condivide "a manetta" viene indicato come l'esibizionista che vuole mettersi in mostra, ma chi invece saltuariamente scrive "non posto molto, ma questa volta vale la pena...) non lo fa altrettanto per vanità?

    C'è una scala di esibizionismo e vanità per definire cosa sia giusto o sbagliato?

    Abbiamo cominciato con quattro domande, proviamo a dare qualche risposta...

    Una teoria della psicologia sportiva dichiara che condividere i propri allenamenti ci mette nella condizione di "dover rendere conto" a chi ci segue dei nostri progressi, "obbligandoci" in questo modo a mantenere una costanza e continuità negli allenamenti che porterà conseguentemente ai risultati desiderati.

    Però non mi convince.

    Un atleta dovrebbe rendere conto dei propri allenamenti solo al suo allenatore.

    Mi piace di più l'idea di essere un'ispirazione per qualcun altro che, prendendo l'esempio di chi si dedica con passione, lealtà, dedizione e disciplina allo sport (come vedete non necessariamente esclusive di un professionista), è invogliato a seguire quella strada per un benessere personale in generale.

    D'altra parte chi mantiene un profilo dimesso potrebbe dire di concentrare le proprie energie esclusivamente verso le cose importanti, non distraendo le forze per cose frivole e che non portino ad alcun risultato effettivo.

    Sicuramente chi si espone maggiormente è necessariamente una persona sicura dei propri mezzi, che non teme eventuali critiche, polemiche o contraddizioni che una comunicazione frequente può provocare.

    Questo naturalmente però non significa che chi resta più dimesso non sia altrettanto sicuro di se stesso.

    Dunque, quale strada seguire?

    La scelta migliore sarà sempre quella di assecondare le proprie caratteristiche per esaltare appunto le nostre qualità, senza ascoltare quello che ci suggeriscono di fare altre persone, magari con un'indole totalmente diversa dalla nostra.

    Porto sempre come esempio un episodio capitato a Tamberi (un altro personaggio leggermente sopra le righe) qualche anno fa quando, seguendo il suggerimento di chi gli diceva di concentrarsi di più sulla propria prestazione piuttosto che fare il buffone in pedana, cominciò a chiedere al pubblico di fare silenzio prima del salto.
    Il consiglio migliore gli arrivò invece proprio da Fassinotti, rivale e persona totalmente riservata e diversa da lui: "Gimbo perchè stai snaturando il tuo modo di saltare? Tu non sei questo!"
    Tamberi ricomincio a fare il "pagliaccio". ed i risultati poi si sono visti...

    E così io, che con il mio ego e la mia esuberanza ci posso riempire il Grand Canyon, ho gareggiato nel mio ultimo IronMan un maniera totalmente caciarona, scherzando con gli altri atleti, incitando il pubblico ad incitarmi (...), cercando lo sguardo e le mani di ogni bambino eccitato dalla nostra presenza, e spremendo ogni emozione da ogni centimetro della mia gara.

    Solo assecondando la mia attitudine sono riuscito a dare il massimo! 

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