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mercoledì 24 giugno 2026

I numeri che ci definiscono negli IronMan (e negli sport di endurance)

 


Lo sapete che questo è un mio cavallo di battaglia, ma è sempre più alto il rischio di lasciare che i sistemi di misurazione decidano al posto nostro cosa vale davvero.

Un valore numerico educa il desiderio, dice cosa conta, cosa va inseguito, cosa va ottimizzato: voti, classifiche, like, stipendio, visualizzazioni,  follower, recensioni. A poco a poco, questi numeri non si limitano a descrivere il successo: diventano la definizione stessa del successo.

Il problema nasce quando dimentichiamo che il numero èsolo uno strumento: il passo, i watt, il TSS, il VO2max, o il tempo finale dovrebbero aiutare a capire qualcosa dell’atleta. Ma se diventano l’unica cosa che conta, finiscono per sostituire aspetti più profondi: piacere, salute, continuità, crescita tecnica, relazione con il gruppo, identità personale.

È un concetto enorme. Lo studente non studia più per capire, ma per prendere il voto. Il creator non crea più per comunicare, ma per aumentare le views. L’atleta non si allena più per diventare più forte, più resistente e più consapevole, ma per vedere determinati numeri o valori. 

Il problema è che non si parte mai (o almeno fingiamo di non partire mai) con questa mentalità: all’inizio vogliamo qualcosa di complesso: salute, conoscenza, bellezza, educazione, benessere, qualità. Poi introduciamo un indicatore per orientarci. Infine, senza accorgercene, iniziamo a volere direttamente l’indicatore.

Chiaramente lo sport, agonistico ma anche amatoriale, vive e necessita di questa forma culturale potentissima fondata su un sistema di regole, obiettivi e punteggi. Ma proprio perché sappiamo che quel mondo è temporaneo, possiamo entrarci con leggerezza, intensità e creatività.  Il problema nasce quando i sistemi di punteggio della vita reale continuano: performance, reputazione online, produttività, status economico. A quel punto siamo dentro un gioco permanente deciso da altri.

Compito nostro a questo punto, soprattutto come coach, e che possiamo utilizzare questi numeri per inventare soluzioni nuove, strategie anticonformiste, o gestione non convenzionali.

I numeri hanno un grande fascino perché danno chiarezza. Un cronometro, una classifica, una media, una percentuale  sembrano trasformare qualcosa di complesso in qualcosa di leggibile. 

Il problema è che le cose più importanti sono spesso difficili da misurare: qualità educativa, maturità, bellezza, gusto, salute, intelligenza, carattere, coraggio, serenità, emozioni. Nel mondo dell'IronMan è quantomai evidente: due atleti possono avere lo stesso tempo in gara, ma storie, condizioni, margini, difficoltà e valore della prestazione completamente diversi.

Preparare un Ironman può essere bellissimo, ma solo se resta dentro una scelta di senso, non dentro una dipendenza da status.

E ancora una volta, è sempre una questione di scelte. 

martedì 4 novembre 2025

La diversa percezione del nome degli allenamenti (ripetute o variazioni?)

Basta poco, pochissimo per cambiare la percezione di come un atleta si approccia a un determinato allenamento.

C'è un allenamento che propongo periodicamente ai miei atleti, che ho chiamato "St. Moritz" che consiste sostanzialmente in 32x200mt frazionati di corsa (che nella progressione di carico arriveranno anche a 50x200), da fare a medio alta intensità, con 30" o 1'30" di recupero da fermi, a seconda della ripetuta o del set)

Quando i miei atleti si ritrovano questo allenamento hanno gli incubi una settimana prima e cominciano ad attrezzare bambole voodoo con le mie fattezze.

Uno degli allenamenti preferiti dai miei atleti invece, è un 15x3' a media intensità + 1'30" di corsa facile di recupero.

Adesso, se avete un minimo di dimestiche con gli allenamenti, capirete bene che i due esercizi, naturalmente inseriti in diverse fasi della preparazione annuale con specifiche aggiustamenti), non sono così distanti per proposito e per TSS (Training Stress Score)... vabbè per buciodeculaggine, così ce capimo.

Il fatto è che se qualcuno legge 32x200, nella sua testa scatta immediatamente RIPETUTA affiancata dall'imamgine di Usain Bolt che si piega in curva, anche se nella spiegazione c'è indicato un passo più vicino ad un fondo medio veloce.

Ecco, nella mia esprienza da coach, quando riesci a identificare, comprendere e lavorare su questi fattori di pazzia degli atleti, il grosso del lavoro è già fatto! 

mercoledì 29 gennaio 2025

Le tre fasi per l'approccio a un nuovo atleta da allenare

Quando si approccia un nuovo atleta da allenare ci sono tre fasi ben definite (almeno per me) che devono necessariamente essere trattate con attenzione.

Nell'ordine:
1) Capire chi avete di fronte
2) Capire l'atleta che avete di fronte
3) Far capire all'atleta che tipo di allenatore ha di fronte

L'ordine con il quale li analizzerò però non sarà lineare, ma solo perchè mi serve per una scrittura stilistica più efficace quindi beccatevelo così come viene.

Quando parlo del saper leggere oltre i dati significa che i dati si possono, appunto, leggere, misurare analizzare e dunque definire chiaramente: per questo il secondo punto è quello più semplice, quello al quale molti allenatori, anche estremamente competenti, si limitano.

Il terzo punto invece è basato prevalentemente sulla comunicazione: comunicazione del saper trasmettere e del saper ricevere.
E' un fattore fortemente e necessariamente legato anche all'empatia che si crea nel binomio coach-atleta.
Non è mai scontato e spesso è anche più improtante del secondo, o comunque ne è strettamente connesso.
Ho più volte detto che un coach può avere tutte le qualità possibili ma se non è  in grado di comunicare le sue idee, il suo metodo, le sue finalità e i suoi obiettivi, rimarrà incompleto.
Non è una caratteristica insita in ogni coach, ma ci si può lavorare.

Il primo punto invece, è quello fondamentale per costruire qualsiasi rapporto a lungo termine, ma troppo spesso non identificato o peggio neanche preso in considerazione.
Parte tutto da qui, ma sapete una cosa... non è nè semplice nè immediato, ci possono volere mesi o anni per definirlo perfettamente.

Oppure, come me, siete sensitivi e sapete percepire fenomeni di natura prevalentemente spirituale che gli altri non possono percepire, sbrigando la faccenda con mezzo minuto.

Ma questo è un dono, e non si compra in alcun negozio, e non si legge in alcun libro.

martedì 27 agosto 2024

I maniaci dei dati (e del TSS)


Con il tempo e la vecchiaia, ho avuto un approccio meno integralista alle modalità di allenamento.

Laddove davo esclusiva importanza alle sensazioni, ho imparato ad apprezzare anche  la bontà dell'analisi dei freddi dati.

Qui bisogna comunque chiarire due cose:

1) svolgo quotidianamente un lavoro di analisi e ho sempre riconosciuto importanza e valore a questo tipo di metodo quindi, al contrario di quanto si possa pensare, non ho mai avuto un approccio prevenuto 

2) resto comunque dell'idea che sopratutto nel triathlon, imparare a riconoscere, interpretare, valutare e gestire la percezione dell'intensità sia ancor più importante, per tanti fattori che ho già spiegato migliaia di volte, rispetto ad un'interpretazione rigida dei dati

Per la legge del contrappasso, chiaramente ho avuto e ho modo di allenare atleti che "ascoltano" solamente  i numeri, arrivando a cose che credevo impossibili.

La difficoltà in questi casi è di non riuscire a gestire il riadattamento del passo in estate con le alte temperature, ostinandosi a mantenere determinati ritmi perchè "due mesi prima li facevano facili".

E quando - soluzione drastica a estreme testardaggini, ho impietosamente rimodulato tutte le loro intensità di carico, e finalmente i ritmi erano attinenti, subentrava il nuovo insormontabile dilemma.

"Ma non corrisponde il TSS!!!"

(tecnicamente: Training Stress Score, una stima di Training Peaks sul livello di intensità, ma forse sarebbe più adatto Trattamento Sanitario Straordinario)

lunedì 20 maggio 2024

E quando te passa? (La percezione della fatica nello sport)

Continuiamo a parlare di motivazione degli atleti.

La giusta motivazione può lenire la vostra sensazione di fatica?

Già nel 2017 uno studio aveva accertato come degli atleti sottoposti a fatica lieve riuscissero a definire abbastanza precisamente la durata del loro sforzo, mentre la cosa si complicava quando l'intensità dell'esercizio aumentava: in sostanza il tempo sembrava non passare mai!

Una cosa del genere, modestamente, me l'ero inventata un anno prima come test da campo per la mia tesina da allenatore di triathlon - calma! - chiaramente senza riscontro, doppio cieco e con basi scientifiche decisamente meno solide!

Un nuovo recente studio su una trentina di ciclisti ha provato ad utilizzare delle "distrazioni" per nascondere la fatica, come ad esempio un virtual trainer da battere o un compagno di pedalate.

Il risultato?

Che la percezione del tempo era esclusivamente legata all'intensità dello sforzo e la presenza o meno delle distrazioni non influiva affatto sulla sensazione di fatica, quando appunto l'inensità cominciava a farsi rilevante.

In sostanza, se si esce per una sgamabata in compagnia la fatica non si sente, ma se ci si si allena in compagnia ad alta intensità il bucio de culo lo sentite tutto!

Il finale adesso invece è prettamente filosofico.

Se l'istinto dell'autoconservazione umana ci tende a voler prolungare la vita, perchè la sensazione del "tempo che non passa mai" (e quindi di allungamento della vita) si associa ad una sensazione di disagio e fatica?

Magari troverete la risposta mentre state al 20° minuto in soglia anaerobica, prorprio quando non ve passa un cazzo!

giovedì 11 aprile 2024

La priorità alle sensazioni


Come sa bene chi alleno, integro nella programmazione allenamenti con zone ben specificate di passo o potenza, ad altre fasi dove affidarsi esclusivamente alle sensazioni (che chiaramente poi analizzerò per valutare la congruenza percezione/risposta).

Nonostante un range ben specificato entro il quale delimitare un allenamento (leggasi zona) sia lo strumento più preciso per analizzarne la bontà, resto, ebbene sì, ancora convinto che la priorità sia da indiriuzzare alle sensazioni.

Questa è una cosa che spaventa ancora qualche mia atleta, paradossalmente i più esperti che sanno già gestire adeguatamente la percezione dei propri sforzi. 

Questo vale soprattutto nella corsa.

Il ciclismo di un IronMan o 70.3 si presta più facilmente ad una pianificazione ben determinata dai watt, ma correre dopo 5, 6 o 7 ore di situazioni variabili (caldo, umidità, dislivello, posizione) rende necessaria una piena acquisizione della percezione.

Che come tutte le cose va allenata in ogni fase dell'allenamento.

E se volete saperla tutta, io nella corsanon guardo mai il passo.

Esatto, mai!

mercoledì 22 novembre 2023

E.M.O. Training la guida completa del PandaLab

 

Sapete bene che nel PandaLab diamo massima importanza alle sensazioni del corpo e all'utilizzo della percezione della nostra fatica.

Proprio per questo abbiamo raccolto tutto il nostro pensiero in una guida scaricabile gratuitamente sul sito del PandaLab.

Ma quandosi parla di sensazioni, ogni parola in eccesso risulta superflua, quindi basta chiacchiere e andate subito a leggerla qui!

 

SCARICA LA GUIDA GRATUITA QUI


venerdì 31 marzo 2023

Does the body rule the mind, or does the mind rule the body?

I dunno, risponderebbe il buon Morrissey.

Come ho scritto nell'ultimo poast, ho ricevuto inaspettatamente una mail da parte di IronMan che comunicava la qualifica al World Championship.

Questa mail, l'ho letta mentre mi stavo allenando sui rulli.

L'allenamento era una progressione di tre blocchi da 10', concludendo l'ultimo in Z4, che per me attualmente corrisponde a 297w.

La lettura della mail (più o meno a metà allenament)  diciamo che ha mi dato una bella botta di adrenalina e l'ultimo blocco da 10' è venuto leggermente più forte del previsto, con gli ultimi 5' addirittura a 350w medi.

A questo punti le domande da fare sarebbero due:

1) ti stai allenando con un'intensità minore ed il valore della tua FTP è decisamente più alto? 

2) does the body rule the mind, or does the mind rule the body?

La risposta invece è che mi sono sbrigato cercando di finire al più presto (lo so, era un allenamento a tempo e non a distanza, però ve l'ho detto che ero poco lucido) per controllare se quella mail fosse un errore o vera...




mercoledì 18 gennaio 2023

Il test del lattato e l'allenamento a sensazione [E.M.O. training parte XI]


 Premessa: questo è un altro post che, probabilmente, susciterà malumori e bocche storte.

In un interessante articolo pubblicato dal coach Andrej Vistica, si evidenziano alcuni criticità sul test del lattato, adottato sempre più spesso anche da triatleti amatori, soprattutto dopo l'aumento di popolarità dovuto dall'utilizzo che ne hanno fatto i due fenomeni norvegesi Blummenfelt e Iden nelle recenti competizioni internazionali.

In estrema sintesi, il coach croato esprime le sue perplessità su:

1) difficoltà di eseguire il test in maniera precisa ed attendibilitò dei risultati (dovuti sempre all'esatta esecuzione del test), soprattutto per nuoto e corsa

2) costo del test, anche in relazione ai piu test da ripetere, sia nella stessa sessione (per avere un riferimento più veritiero, senza "falsi" risultati) sia a breve termine, per valutare intensità, progressi, recupero ecc.. (la comparazione dei test è un parametro necessario al test stesso)

3) eseguire bene (altrimenti non ha senso) un test del lattato richiede tempo, sia per la preprazione della prova, per la logistica durante il test e per l'approfondita analisi (altrimenti non ha senso) che il test richiede (e quindi anche sui tutti i test successivi di comparazione)

Vistica conclude suggerendo altri sistemi di valutazione, come il misuratore di potenza (più economico e con minor margini di errore), specificando infine che i campioni del mondo ed i medagliati olimpici con cui si allenava quando era atleta, si basavano soprattutto sulle sensazioni.

Già immagino le vostre perplessità.

Ma i professionisti si allenano a sensazione perchè già si conoscono bene, mentre invece un amatore ha bisogno di parametri ben definiti!

Ma io mi faccio fare il test da un professionista che lo esegue perfettamente!

Anche se costa tanto preferisco spendere soldi per un test del lattato piuttosto che (aggiungete qualsiasi cosa che, in realtà, è più importante)

E di contro potrete già aspettarvi la mia risposta: continuate pure a perdere tempo e soldi per continuare ad essere pippe!

mercoledì 7 dicembre 2022

I 32x200 in pista e la ricerca della wahrnehmen (workout of the week) [E.M.O. Training parte X]

 

Perchè do assoluta importanza alla percezione del proprio sforzo durante gli allenamenti?

Perchè è una certezza nella coscienza sensibile: avverto e sono consapevole esattamente di quello che sto sentendo.

Sentire di percepire è già qualcosa di più del semplice "sensibile".

La differenza è più evidente nella lingua tedesca.

Aufnehmen è la percezione immediata

Wahrnehmen ma una percezioine dove è già acquisita la verità.

Il nostro scopo sarà dunque di allenare la  aufnehmung migliorare la wahrnehmung, una sorta di appercezione  (ovvero percezione della percezione) indicata da Leibniz, dove l'atleta si libera dalla mera ricettività passiva.

Il tipico allenamento che propongo per ricercare questa qualità è un bel 32x200 in pista.

Chi non l'ha mai provato va subito in difficoltà per la non semplice gestione: solitamente, nonostante le indicazioni precise, i 200 vengono interpretati come una classica  ripetuta di velocità, con conseguente scoppiamento dopo le prime 8 ripetute.

L'allenamento, che non è finalizzato alla velocità, ma strutturato con un minimo recupero, apporta i benefici della resistenza, esaltando inoltre quella TUF (technique under fatigue) che tanto curiamo nel PandaLab (ah, e ridendo e scherzando, vi portate a casa 6km e rotti ad un'andatura migliore di quella della soglia anerobica).

E poi dici che non serve la filosofia negli allenamenti!


mercoledì 12 ottobre 2022

Oltre i dati


Vorrei chiarire una cosa.

Io sono quello dell'E.M.O. Training, quello dell'allenamento "a sensazione", quello dell'importanza della percezione delle intensità di gara, ma questo NON SIGNFICA che sono contro l'analisi scientifica dei dati.

Ho un grande rispetto per chi ha una base scientifica solida (anche più della mia)  ed analitica.

Quello che ho sempre cercato, è quello che si legge OLTRE i dati, ed è proprio quello che molti atleti ed allenatori non ricercano, perchè a loro bastano i dati.

In ogni aspetto, non solo sportivo, non mi sono mai limitato  a guardare a destra o sinistra, ma ho rivolto il mio sguardo sempre in alto.

I dati, come detto sono fondamentali, ma oltre c'è un inesplorato molto più grande di ciò che si può leggere.

Certo, come detto più volte, quello che non si può leggere, misurare, analizzare a valutare, rientra non più nel campo della metodologia scientifica, ma nella "fede".

E allora?

Questa giustificazione basta a doverlo tralasciare?

giovedì 28 luglio 2022

L'incapacità di sapersi allenare oltre il "gestell" (E.M.O. Training parte IX)

In estate, l'imperante caldo e la pressante umidità, necessita una im portante rivalutazione dei riferimenti che abbiamo sui nostri allenamenti.

Riferimenti di frequenza cardiaca, di wattaggio in bici e di passo nella corsa - spesso in aggiunta ad una preprazione che (come accade spesso in questo periodo) aumenta di volume in considerazione di gare su lunga distanza di prossima data - perdono necessariamente il loro valore per come siamo abituati a considerarlo.

O, perlomeno, dovrebbero perderlo, perchè molti si ostinano a domandarsi perchè non riescono a sostenere i valori che avevano a febbraio o, peggio ancora, si ostinano a voler mantenere quei valori in allenamenti dove non è richiesto.

In questo periodo, come non mai, è fondamentale aver acquisito quella percezione del proprio corpo che nel PandaLab cerchiamo di incularcare da subito nei nostri atleti.

Come aveva preannunciato già il filosofo francese Henri Bergson, nell’epoca della tecnica sarebbe presto divenuto necessario un "supplemento d’anima", proprio per non lasciarsi sopraffare da una tecnologia ingrado addirittura di offuscare le nostre valutazioni.

Lo stesso Heidegger, esaminando gli sviluppi della nascente  civiltà tecnomorfa, constatò come l’uomo stesse sempre più un giocattolo nelle mani della tecnica e finiva per essere l’utilizzato, l’impiegato, dalla tecnica.

Allo stesso modo, quando non riusciamo ad andare oltre la visione fredda ed oggettiva delle nostre strumentazioni elettroniche, non integrandole con il "supplemento delle nostre percezioni" ci illudiamo di poterle padroneggiare mentre invece ne stiamo già pagando le conseguenze. 

Martin Heidegger, riferendosi a questo impianto che chiamava gestell, avvertiva il rischio che potesse lui stesso disporre sempre più illimitatamente dell’uomo (e non vicecersa), producendo una disumanizzazione e minore espansione dell'anima e dello spazio di riflessione.

Spazio di riflessione che è proprio quella scriminante che ci permette di valutare, ponderare e comparare gli elementi oggettivi dei dati, ma decidendo come considerarli alla realtà soggettiva dell'istante.

Insomma, i nostri GPS, i nostri misuratori di potenza, i nostri contatori di bracciata ci dispensano dalla fatica del pensare, in realtà ci stiamo inebetendo, sottomettendoci a questo gestell dove tutti calcolano, pochi pensano e pensare è considerata una perdita di tempo: avere un dato immediatamente visibile significa darlo per assodato, conoscere le percezioni del corpo invece significa sospendere il giudizio per riflettere.

Ma il tempo per riflette purtroppo, lo abbiamo ormai barattato in cambio di un gestell che riflette e ci mette immediatamete a disposizione quello di cui abbiamo illusoriamente bisogno.

E per questo continuiamo a chiederci come mai non riusciamo più a correre quel chilometro in quattro minuti!

lunedì 18 luglio 2022

L'orologio dell'IronMan e Baudelaire (E.M.O. Training parte VIII)

 

Ho notato due elementi di convergenza tra i miei ultimi due IronMan: ho controllato il tempo del mio gps da polso solo due volte!

All'uscita dall'acqua, per controllare il tempo impiegato nella prima frazione, e al termine della bici, per il medesimo motivo.

Basta!

Sia a Cervia 2021 che a Klagenfurt 2022 durante la corsa non avevo la minima idea del tempo che stessi impiegando o del passo.

Vi dirò di più, non ho controllato il tempo neanche prima o dopo dell'arrivo... a Cervia è stata mia moglie a dirmi delle 10h06' e a Klagenfurt, mentre mi scolavo tre birre nel dopo gara, il compito di aggiornarmi sul totale è stato di mia figlia.

Credetemi, non voglio fare quello a cui non interessa il riferimento cronometrico. 

Come tutti ho i miei obiettivi e le mie aspettative e mi alleno, tra l'altro, per superarli, ma la verità è che della bontà della gara che state facendo ve ne accorgete senza bisogno dei minuti (e delle ore) che passano.

E così è successo anche durante le mie migliori Maratone... alla fine si controlla il tempo quando si è insicuri della propria gara, quando si sta bene, non c'è bisogno di una conferma, si sa e basta!

Certo, per arrivare a questo c'è bisogno di una discreta percezione del proprio corpo ed una immersione delle nostre sensazioni nella realtà esterna molto simile alle Correspondaces Baudelairiane, ma questo è un altro discorso, che mi pare di aver trattato già abbondantemente...

giovedì 21 aprile 2022

L'atto di fede negli allenamenti (E.M.O. Training parte VII)

 

Nella mia vita ho sempre avuto a che fare, affidandomi, alla fede.

Fede nella religione, fede (fidelis) nella vita professionale... era quasi naturale che anche come allenatore basassi le mie convizioni sulla fede.

In ambito scientifico, si dice appunto che tutto ciò che non è misurabile diventa "un atto di fede", e per questo i migliori professionisti, in qualsiasi ambito, sono soliti dirigere le proprie scelte e prendere le proprie decisione dopo aver valutato ed analizzato attentamente ogni dato a disposizione.

Questa cosa, come ho detto più e più volte, non mi ha mai convinto...

In effetti, quando strutturo i ritmi dei vostri allenamenti "a sensazione" , o quando vi chiedo di posizionarvi e pedalre sulla bici in modalità non ortodosse, vi sto chiedendo proprio un atto di fede!

Lisa Ondieki dopo aver smesso di allenarsi perdendo ogni motivazione, si è riavvicinata allo sport eliminando ogni forma di misurazione possibile: 400 su 400 in pista senza alcun dato o riferimento, pensando solo a spingere il più possibile. Se non era misurabile era un atto di fede, e con questa fede ha battuto 17 record del mondo e vinto la medaglia d'argento nella Maratona alle Olimpiadi di Seul.

Sono ben consapevole che questa è una storia, e ce ne sono migliaia in cui sono stati ottenuti risultati eccellenti con lo studio meticoloso di dati e numeri, ma è una scelta, ed io ho fatto la mia (e di conseguenza anche chi sceglie me come allenatore).

E alla fine si torna sempre lì... questioni di scelte, questioni di fede...

lunedì 18 maggio 2020

Una nuova zona di allenamento: il Panda Swing


Il timore che appena una cosa funzioni bene, io possa cambiarla, è sempre presente tra i ragazzi che alleno, come mi ha fatto notare ultimamente Gianni...


E hanno ragione!
Creiamo subito una nuova zona di allenamento, rigorosamente a sensazione: il Panda Swing!
Però vediamo di definirla bene.
Innanzitutto stiamo parlando di una zona relativa alla corsa, dove andremo a ricercare due condizioni fondamentali e necessarie:

  1. la sensazione di benessere/esaltazione
  2. il mantenimento di una buona postura e corretta tecnica di corsa (naturalmente postura e tecnica intese secondo i parametri del Panda Lab ;)
No, non si tratta né dello stato di flow nel running, nè della sweet spot nel ciclismo.
Altri riferimenti, di velocità, potenza e cardio.
Teoricamente, ma solo teoricamente, potrebbe corrispondere ad un'area cardiaca definita tra la Z2 alta e la Z3 bassa (e quindi stiamo nell'ambito dell'endurance) ma, importantissimo, in base alle proprie sensazioni nel determinato momento in cui bisogna introdurre questo tipo di carico (e dunque anche al livello di qualità di postura e forma che saremo in grado di mantenere), potremmo benissimo stare in Z1 o Z4 (sempre cardiache).

Ripeto: sensazioni e postura, quindi non venitemi adesso a chiedere se parliamo di più o meno di 2mmol/l.

martedì 14 aprile 2020

Allenamenti a sensazioni o con l'analisi meticolosa dei dati? (ovvero l'arte di allenare)



Ho costruito la mia "carriera" da allenatore di triathlon sull'importanza delle sensazioni negli allenamenti.
O meglio, della percezione.
Anche, e soprattutto, a scapito dell'utilizzo massiccio della tecnologia e dell'analisi dei dati.
E.M.O. Training l'ho chiamato (qui trovate tutti gli articoli al riguardo).
Qualche anno fa feci anche la tesina per l'esame di allenatore Fitri proprio su questo argomento.
Molti hanno apprezzato questa mia linea, seguendomi con fiducia, molti altri mi hanno criticato proprio per questo rifiuto.

Poi però ho cominciato a leggere un po' di articoli dove negli ultimi anni si comincia proprio a prediligere questo tipo di metodologia (Sutton, Danielson...)
Allora, siccome ho sempre questo viziaccio di trovarmi più a mio agio nelle minoranze, ho pensato...

ma vaffanculo alle sensazioni, cominciamo ad allenarci esclusivamente sui dati precisi

E quindi, per adesso, giù con allenamenti basati su wattaggi, zone cardio e andature definite da test sulle varie distanze.
Scelta definitiva?
Si abbandona l'E.M.O. training?
Naturalmente no, ma intanto mischiamo le carte in tavola.
Non si tratta tanto di adagiarsi sulle proprio convinzioni, quanto il bisogno di sorprendere, intraprendere decisioni anticonvenzionali, o del tutto inaspettate (almeno da quello che gli altri si aspettano da me).
Estro e originalità.
Se, come si dice, allenare è un'arte, che abbia anche i requisiti dell'arte!

lunedì 25 novembre 2019

La "comfort zone" del coach




Spesso si sente parlare della comfort zone degli atleti.
Meno spesso degli allenatori.
Se mi seguite da un po', saprete sicuramente di quello che penso sull'eccessiva mole di dati che si hanno nel triathlon (la maggior parte dei quali sono superflui, se non inutili) e l'importanza dell'allenamento basato sulla percezione della fatica.
Tuttavia, adagiarsi sulle proprie convinzioni è il modo migliore per non migliorarsi.
E lo scopo di ogni allenatore dovrebbe essere quello di migliorarsi ogni giorno.

Il mio primo capo, quando mi vide per la prima volta in una esuberate fierezza delle mie conoscenze, mi punzecchiò...
"Sappi che tu puoi essere convinto si sapere già tutto, ma se io ho imparato anche una singola cosa ogni giorno, anche se nasco ignorante ne so comunque più di te"
E aveva ragione.

Da quando sono allenatore di triathlon non c'è un giorno che non approfondisca qualcosa di nuovo.
Certo, non ne saprò mai abbastanza, ma sempre un po' di più.

Ecco, proprio per questo motivo, ho cominciato a studiare e approfondire l'aspetto dell'analisi dei dati e la somministrazione dei carichi esterni desunti proprio da quegli stessi dati.
E sapete cosa ne penso?
Che tutto questo delimita con dei paletti non solo le prestazioni degli atleti, ma anche la sicurezza degli allenatori.
E' molto rassicurante per un coach dire che, se da un test escono determinati valori, l'allenamento andrà svolto con quegli stessi parametri.
Non posso sbagliare.
Se il dato mi dice X, l'allenamento e la programmazione saranno X.
Non posso sbagliare, perché c'è un ricercatore, uno studio scientifico, un altro allenatore più blasonato di me, che hanno detto che così funziona e così va bene.
E quindi restiamo sicuri nella nostra comfort zone.
Possiamo crescere e migliorare così?

giovedì 7 marzo 2019

Ok, niente tecnologia... tranne quando nuoto!


Vabbè, ormai lo sapete quanto sia contrario alla tecnologia nel triathlon.
C'ho scritto post e post sul mio "E.M.O. training".
Ma nel nuoto no, nel nuoto non posso assolutamente rinunciare al mio orologio.
Perché?
Voi cosa fate quando nuotate?
Io di solito, nell'ordine:
  • canto
  • penso a cosa mi mangio quando finirò l'allenamento
  • penso alla prossima serie da vedere
  • se c'è qualche evento sportivo imminente penso a chi potrebbe vincere
Risultato?
Dopo 75mt ho già perso il conto di quante vasche ho fatto.
Figuratevi se devo fare un 800!
Ma voi, come cazzo fate?!?!?!

giovedì 28 febbraio 2019

I dati e tutte le informazioni di cui NON avete bisogno nel triathlon, tipo lo SWOLF (EMO Training parte VI)



Precedenti puntate...
E.M.O. Training  I parte
E.M.O. Training  II parte
E.M.O. Training III parte
E.M.O. Training IV parte
E.M.O. Training V parte

Più volte avete letto su questo blog invettive nei confronti di gadget vari nel mondo del triathlon.
Spesso ho decantato l'inutilità di questi oggetti, altre volte anche quanto possano essere nocivi.
Il più delle volte, tuttavia, questa mole di informazioni - ripeto, perlopiù inutili all'atleta amatoriale, anche di buon livello - finisce nel generare una confusione dei neofiti o di chi pensa che "più cose ho a disposizione, meglio posso allenarmi".

Il dubbio mi è venuto da Gianni che, prima di fare la sua prima vasca in acqua, già mi ha chiesto dello SWOLF.
Lo SWOLF!!! La cosa più inutile del nuoto!
Ah, fatemi la cortesia, nel caso non l'abbiate mai sentito nominare, evitate di cercarlo, sarebbe tempo perso.
Mai sentito un elite parlare dello swolf.

Naturalmente è giusto avere la curiosità di approfondire ogni aspetto dello sport che si ama, tanto più se servono a dare un'ulteriore motivazione, ma purtroppo spesso questa molte di informazioni, dati e parole strane vengono utilizzati per ritagliarsi un alone di competenza e professionalità, di fatto fumosa e non funzionale.

Di contro si potrebbe obiettare che "i dati sono utili solo a chi sa leggerli, comprenderli e analizzarli".
E allora continuate pure a contare quante bracciate fate in una vasca (con il gomito ben alzato, mi raccomando!), io preferisco continuare a contare il tempo che ci mettete, a fare quella vasca!



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