lunedì 22 marzo 2010

Maratona di Roma 2010

Ci siamo. Today is the Day. E’ il giorno. Atteso e preparato (così e così) da tre mesi. E’ primavera, nel calendario e nell’aria. Aldo è con me, e non poteva essere altrimenti, dopo tanti allenamenti insieme. C’è aria di festa intorno al Colosseo, dove si partirà. Ci sono sorrisi ovunque. 100.000 sorrisi, 20.000 proveranno a correre per 42km. Alla fine i sorrisi saranno un po’di meno. Ci incanaliamo nella nostra griglia e quella mezzora di attesa prima della partenza è lunghissima, non vedo l’ora di cominciare. Lì apprezziamo lo specchio dei popoli, il gruppo di Andria che nella foto di gruppo davanti al Colosseo badano più ad immortale lo striscione con scritto “Andria” piuttosto che il rudere sullo sfondo, i belgi incuriositi sul numero esatto di partecipanti, iscritti, probabili finisher, i milanesi meticolosi sull’altimetria ed i casertani che al 3°km mi passeranno soddisfatti annunciando “fino ad’ora abbiamo solo sorpassato, non ci superato ancora nessuno!”.
Pochi secondi prima della partenza ne approfitto per andare al bagno. Appena torno perdo di vista Aldo. Lo ritroverò dopo l’arrivo. I primi chilometri volano, non si sente la fatica, ci si guarda intorno, si gode la festa, si supera qualche strano individuo (io sorpasso una vichinga). Al 7° km, davanti alla Piramide di Caio Cestio sono freschissimo e mantengo l’andatura che mi ero ripromesso, 5’ o poco sopra. Bevo, mi idrato e al 9°km prendo il primo integratore. Al 15° km entriamo in piazza S. Pietro e per un paio di km il buon Dio corre al mio fianco, sto benissimo, di gambe, di fiato e di testa, sono invincibile! Passo alla mezza maratona in 1h48’, come previsto e sento solo un leggero affaticamento alle gambe. Dopo qualche chilometro supero i palloncini delle 3h45’. E poi…poi cominciano i guai. Cominciano a sentirsi i dolori alle gambe, cosce e ginocchia. Si comincia a vedere la gente ferma ai lati. Oltre alle gambe, anche nella testa cominciano ad insinuarsi i dubbi. Mancano 17km. Tanti. Troppi. La salita dopo il Foro Italico è una mazzata. In cima, un signore tra il pubblico ci incita e ci offre il miglior consiglio che ho sentito “ormai ci vuole solo pazienza”. Un altro ci dice di farci forza che abbiamo fatto già 30km. Ma in realtà sono 27, e ne mancano ancora 15. Al 30° ci arrivo dopo una vita, incrocio un altro della mia squadra a passo d’uomo ma né io né lui abbiamo tanta voglia di parlare. Una pacca e via. Ne approfitto per fermarmi al bagno. Mi alleggerisco ma ripartire è durissima. Per capire quanto possa essere dura una crisi per chiunque mi basta vedere dopo qualche chilometro in lontananza un palloncino arancione incastrato tra i rami di un albero. Poco dopo capisco il motivo. Un pacemaker delle 3h45’ (che mi avevano ripreso durante la sosta al bagno) che cammina sulla sinistra completamente svuotato. Dal 35°km si soffre solamente. Pensavo che l’abbuffata di monumenti negli ultimi 10km avrebbero lenito la mia sofferenza. Non è così. Non è affatto così. Anzi, conoscere il percorso non fa altro che metterti in faccia la consapevolezza di quanto manchi ancora al traguardo. Passo Altare della Patria, Piazza del Popolo e Piazza di Spagna a testa bassa. Mangio e bevo qualsiasi cosa ai ristori. Banane, arance, zollette di zucchero e ciambelline, datemi qualsiasi cosa possa farmi arrivare alla fine. A 2km dalla fine mi passano i palloncini delle 4h. E’ una botta per il morale. L’obiettivo era farla sotto le 4ore. Stringo i denti e li seguo per 300 metri. Poi mollo. Il nuovo obiettivo è finirla. Sti cazzi delle 4 ore. Voglio solamente finirla. La salita finale dell’ultimo chilometro è il colpo di grazia, vado a passo d’uomo, la gente mi incita, ma ormai è finità. Nel rettilineo finale si riacquistano sorrisi e forze (giusto un po’). Taglio il traguardo con il braccio alzato e mi viene da piangere, tra gioia e dolore, non necessariamente in quest’ordine. Quattro ore e cinque minuti. Mi mettono la medaglia al collo ma non è così bello come l’aver tagliato il traguardo. In quel momento ho indossato la medaglia. Dopo l’arrivo ci metto 20 minuti per fare i 200metri che mi portano al ritiro borse. Poco dopo arriva Aldo, bravissimo anche lui. Mentre ce ne andiamo incontro StefanoG, amico di Runner+. Non ci siamo mai visti ma ci riconosciamo al volo. Quando lo abbraccio mi sembra di abbracciare un fratello. E’ il bello della Maratona. Non si parla di tempi o di chilometri, ci si abbraccia e basta. Dico, e ne sono assolutamente convinto, che non correrò mai più in vita. Ma mentre me ne torno in macchina a casa, con la musica in sottofondo e la medaglia al collo penso già a quando programmare i prossimi cazzo di 42km.
Posta un commento
Related Posts with Thumbnails