Solitamente il concetto di coach è sempre stato associato a colui che opera sul campo, e solo con l'affermarsi di vari portali online si è definito sempre di più lo spazio di chi allena "a distanza".
In quest'ottica, la visione del coach a distanza ha sempre restitutito una figura "minore" rispetto a quello in presenza.
E forse anche giustamente.
Un allenatore, per avere una visione completa di un atleta, ha bisogno di vedere anche come regisce ai vari stimoli e interpretare molte sfumature che sarebbero difficili da valutare senza osservazione.
Poprio per questo vi dico che, di contro, passare da allenare online ad allenare sul campo, potrebbe essere assai più semplice del contrario.
Certo, richiede un maggior impegno logistico e di tempo da entrambe le parti, ma i benefici saranno evidenti e immediati.
E nei casi inversi, ovvero da chi passa da allenare sul campo al coaching online come si fa?
Feedback puntuali e corretti da parte dell'atleta (ma qui si apre un mondo sull'oggettività dei feedback) e le cosiddette soft skills da parte dell'allenatore per esercitare al meglio quelle capacità relazionali ed emozionali.
E qui entra il mio punto di vista al riguardo, chiaramente controtendenza, che è quello che sulle "soft skills" potete lavorarci quanti vi pare, ma se non avete una sensibilità intrinseca sarà impossibile costruire una relazione ideale con il vostro atleta tale da saperlo gestire a distanza.
E quello è un talento naturale.
Oppure potete fare come Sutton che da bravo allenatore di cavalli è convinto che il miglior atleta che si possa allenare è quello che non parla e che non dà feedback.
Però io vi suggerisco prima di vincere qualche medaglia olimpica come coach (come ha fatto lui), prima di azzardere qualcosa del genere...
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