lunedì 23 marzo 2026

L'esperienza del coach come atleta

 

Annosa discussione che da anni si trascina in vari sport: un coach deve essere stato un atleta dello sport che allena?

Ok Arrigo Sacchi,  ok Julio Velasco, però qui parliamo di endurance e il discorso assume necessariamente delle peculiarità differenti.

Il fatto è che sì, si può essere eccellenti allenatori che somministrano gli allenamenti conoscendo perfettamente quanto si può sostenere fisiologicamente un determinato carico, ma io, come allenatore, voglio conoscere fisiologicamente ma anche psicologicamente quello che si prova con quel determinato carico.

Solo così ho imparato che 20 minuti in Z4 sono fattibilissimi ma di testa sono più duri di quanto sia in grado di rispondere il fisico.

Solo così ho imparato che dopo 3 ore in bici dell'IronMan, quando vedi che stai appena a metà percorso della seconda frazione, ti può prendere lo sconforto anche se le gambe girano bene.

Solo così ho imparato cosa significa essere disidratati o infreddoliti quando il tranguardo è ancora lontano, ma anche che basta una scintilla o un incitamente per risollevarsi da una crisi.

E non dico che questa è l'unica strada, semplicemente che è la mia strada che ho scelto, come coach.

E per questo ho partecipato, partecipo e parteciperò anche a gare che eufemisticamente non rientrano nelle mie "corde" di atleta.

Perchè questa esperienza la ritengo elemento fondamentale per trasmette al meglio il nostro messaggio.

Non si tratta di credibilità o professionalità ma, ancora una volta, di comunicazione, perchè cosa potrà mai ascoltare un atleta da un coach che non sa comunicare?

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