martedì 13 agosto 2013

In bici a Monte Livata


Monte Livata, o semplicemente Livata, soprattutto negli anni '80, era una meta fissa per gli inverni e e le estate della provincia di Roma.
Piste da sci ad un passo dalla capitale, baite e sentieri che sembrano un piccolo ritaglio delle Dolomiti.
Poi, negli anni, per vari motivi, ha perso visitatori ed appeal, svuotandosi sempre di più.
Un vero peccato.
Livata è un luogo stupendo, e per onorare la magia di questi posti, ed anche la sua famosa ascesa, domenica io e Lucaone (visto che con la gara podistica del giorno prima avevamo fatto poca salita...), abbia deciso di arrampicarci fino a quei 1400metri.

Partiamo da Tivoli verso Subiaco.
40km di falsopiano prima di attaccare la salita.
Lungo la strada incontriamo Domenico, che è un Ciclista di quelli veri e con la C maiuscola e gli chiediamo informazioni.
"I primi tre chilometri sono molto duri"
"Tipo?"
"Ste', sono molto duri..."
Con queste premesse da Subiaco giriamo verso il cartello che indica Livata.
Km zero dice la segnaletica.
Facciamo i primi tre chilometri quasi passeggiando.
Mi illudo che sia già iniziata la salita, ma so benissimo che non è vero.
Dopo tre chilomtri c'è il cartello di inizio della salita.
15% c'è scritto.
E così sarà per i primi tre chilometri.
C'è da morire, perchè se la pendenza è del 15% (come ricorda un cartello ad ogni chilometro), il garmin in alcuni brevi strappi segna dei picchi del 28%.
Ho paura che la bici mi si ribalti.
Non forzo neanche un metro, ho troppa paura, vado sempre su con 130 battiti.
Lucaone naturalmente mi stacca dopo il primo metro di salita.
Le macchine che passano mi guardano con compassione, ma per fortuna dopo questi famigerati tre chilometri la pendenza spiana.
Saranno altri otto chilometri più o meno al 6%, una passeggiata dopo quell'inferno.
Tuttavia decido comunque di non aumentare il ritmo.
Andando su col mio passetto arrivo fino a due chilometri dello scollinamento, quando vedo Lucaone, che è tornato indietro per accompagnarmi negli ultimi duemila metri.
Come sempre, una volta in cima, tra prati e faggi, la fatica è scomparsa.
E rimane quell'ebete sorriso da impresa eroica che, dopo ogni pedalata, ci illudiamo di aver conquistato.



 

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