L'aspetto motivazionale è una delle peculiarità fondamentali del bagaglio tecnico di ogni allenatore di qualsiasi sport.
E' un aspetto ampiamente dibattuto, sul quale sono tutti d'accordo, e del quale anche io ne ho fatto un cavallo di battaglia.
Ma la mia domanda è: ci si può allenare altrettanto bene SENZA un obiettivo? Senza un scopo?
E no, non sto parlando di chi si ritrova da un momento all'altro nell'impossibilità di partecipare alla gara per la quale si era preparto, per imprevisti sopraggiunti (organizzativi o fisici), ma di chi scegliere deliberatamente di allenarsi bene senza dover necessariamente partecipare ad una gara.
Certo, direte, esci tranquillo quando e come ti pare.
Rilegette bene però: non ho scritto allenarsi senza un obiettivo, ma allenarsi BENE!
Ma anche in questo caso la risposta, con buona pace di chi vuole far passare il messaggio di avere necessariamente un obiettivo, è sì, si possono ottenere dei riscontrabili benefici.
Sebbene non ci sia una vera e propria bibliografia che ha curato tale aspetto,
…si evidenzia che la letteratura scientifica, pur non affrontando quasi mai la questione in modo diretto (“allenarsi bene senza obiettivi”), converge su un punto chiave: ciò che sostiene davvero la qualità e la continuità dell’allenamento non è necessariamente il goal esterno, ma la qualità della motivazione.
La review di Pedro J. Teixeira (2012), basata su decine di studi, mostra che le forme di motivazione più autonome — quelle legate al piacere, all’interesse e al significato personale — sono fortemente associate alla pratica regolare e duratura dell’esercizio. In altre parole, non serve per forza una gara per allenarsi bene: serve un motivo che stia in piedi anche senza di essa.
Allo stesso modo, lavori più recenti come quello di Ian M. Taylor (2020) suggeriscono che, anche durante sforzi di endurance intensi, una motivazione più autonoma ( il caso in cui ti alleni perché lo vuoi fare, perché lo consideri importante per te o perché ti piace, non perché “devi”, qualcuno te lo impone o devi dimostrare qualcosa) riduce la tentazione di mollare e migliora la qualità della prestazione. E studi interventistici come Cecilie Thøgersen-Ntoumani (2016) mostrano che quando la motivazione è intrinseca (per il piacere dell’attività stessa, non per un risultato esterno) aumenta l’aderenza, e con essa arrivano adattamenti concreti come il miglioramento del VO₂max.
Quindi, resa semplice:
Motivazione autonoma = “lo faccio perché ha senso per me” → durante lo sforzo molli meno.
Motivazione intrinseca = “lo faccio perché mi piace” → nel tempo salti meno allenamenti.
A questo si aggiunge un altro elemento spesso trascurato. Una recente meta-analisi di Katie R. Garstang (2024) conferma che fissare obiettivi specifici aumenta in modo significativo i livelli di attività fisica, ma ha un impatto molto più limitato sugli aspetti psicologici come motivazione e benessere. Ancora più interessante: gli interventi senza ricompense funzionano meglio di quelli che le prevedono.
Tradotto: gli obiettivi funzionano, ma non sono il cuore del problema. Possono farti muovere di più, ma non necessariamente sostenere meglio nel tempo.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Allenarsi senza un obiettivo esterno non significa allenarsi senza uno scopo, ma spostarlo. Da qualcosa che sta fuori — una gara, un tempo, un risultato — a qualcosa che sta dentro: il valore dell’allenamento stesso. Ed è su questa base, meno evidente ma più solida, che si può continuare ad allenarsi bene.
Bibligrafia.
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