Ho sempre osservato con distacco una certa nazzariazione edulcorata relativa alla visione sociale del mondo verso i triatleti.
Non mi riferisco a quella dialettica in cui si esaltano quasi eroicamente le gesta ateltiche, perchè anzi, credo che celebrare queste piccole vittorie meriti il giusto spazio.
E non mi riferisco neanche a quella boriosa e ortodossa serietà che accomapgna alcuni pionieri di questo sport nei confronti di un approccio più leggero e meno risultatista.
Quello che intendo è la concezione che si ha dei triatleti - o meglio - la concezione che alcuni triatleti pretendono di avere da chi non fa sport.
Questo porta spesso ad una imamgine di noi stessi che non sempre è attinente alla realtà: a volte ho letto che essere triatleti aiuta anche a trovae un impiego lavorativo perchè dimostrerebbe al datore di lavoro una nostra RESILIENZA (aiuto!!!!) anche in attività professionali.
Chiaramente la realtà è decisamente diversa e non tutta rosa e fiori, però di fatto, ci sono incontrovertibilmente alcune caratteristiche che influiscono positivamente sulle nostre attitudini.
La disciplina e la costanza di chi si prepara per una gara di endurance ci abituano ad affrontare periodicamente un esame ineluttabile.
E quell'esame chiamato IronMan, nel bene o nel male, volenti o nolenti, in qualche modo ci allena ad affrontare quelle prove, quei momenti della vita dove ci troviamo a dover rendere conto anche ad altri di quello che abbiamo fatto.
Perchè si, ci convinciamo spesso che non dobbiamo rendere conto ad alcuno, ma a volte qualcuno a cui rendere conto c'è!
E proprio solitamente è una parte che non ci piace, meglio arrivarci preparati.
Sì, anche con il triathlon.
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