giovedì 4 giugno 2026

L'interpretazione della fase mestruale di una atleta

 

Avevo già scritto in passato su quanto siano effimere le promesse di chi "vende" un allenamento tagliato su misura per le donne (il cosiddetto cycle-based training), rimodulando la programmazione in base alle varie fasi del ciclo mestruale, basandomi su una review di studi nei quali, sostanzialmente si identificavano più benefici nel mantenere una programmazione ben studiata (chiaramente variando un po' le intensità) piuttosto che sconvolgere la progressione degli allenamenti seguendo le fasi del ciclo femminile.

Un nuovo e recentissimo studio (Liebrenz, E., Smith, A., Liebrenz, M., Colangelo, J., & Buadze, A. (2026). “Every Woman Has a Different Cycle and Feels Differently”: A qualitative study of athlete-centred perspectives on menstrual cycle symptoms and management in female endurance sports. Sports, 14, 173)  rafforza questa mia visione evidenziando come le esperienze legate al ciclo mestruale nelle atlete di endurance siano altamente individuali.

L’obiettivo non era misurare direttamente la prestazione con test fisiologici, ma comprendere l’esperienza soggettiva delle atlete: come sentono il corpo, come interpretano le variazioni del ciclo e come modificano eventualmente allenamento, recupero e comunicazione con allenatori e ambiente sportivo.

Il dato principale è che non esiste una risposta unica e standardizzabile. Alcune atlete hanno infatti riferito maggiore fatica, pesantezza, riduzione dell’energia o sensazioni negative soprattutto nella fase premestruale e nei primi giorni di mestruazione. Altre, invece, hanno rivelato di non percepire cali significativi o addirittura di aver ottenuto ottime prestazioni durante il ciclo. 

Questo è il punto centrale: la percezione soggettiva di sentirsi “peggio” non sempre coincide con un peggioramento reale della prestazione.

Un aspetto molto importante riguarda la dimensione psicologica (strano eh, quando si parla di donne...). Sapere di trovarsi in una fase considerata “debole” può, in alcune atlete, generare aspettative negative e ridurre la fiducia prima ancora dell’allenamento. Al contrario, chi possiede maggiore autoefficacia tende a gestire meglio i sintomi e a non interpretarli automaticamente come un limite prestativo. Lo studio suggerisce quindi cautela verso modelli troppo deterministici, perché il rischio è trasformare il ciclo in una profezia negativa.

Anche le tecnologie di monitoraggio, come app, Garmin, Whoop, Oura o dati di HRV, vengono valutate in modo ambivalente. Possono aiutare l’atleta a riconoscere pattern ricorrenti e a capire meglio il proprio corpo, ma possono anche creare confusione quando i dati o le previsioni dell’app non corrispondono alle sensazioni reali.

Nel contesto degli sport di endurance, il ciclo mestruale naturalmente va e deve considerato come un fattore importante della salute e della gestione dell’atleta, ma non come un modello rigido e universale di programmazione. 

L’approccio più corretto è individualizzato, flessibile e centrato sull’atleta. In sostanza, non bisogna costruire l’allenamento su formule generiche del tipo “in questa fase devi fare X e in quest’altra devi fare Y”, ma osservare come ogni atleta risponde realmente, integrare le sue percezioni con dati oggettivi e favorire una comunicazione aperta con il coach.

Il che, come ben sappiamo, non è mai una cosa da dare per scontata...

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