mercoledì 16 settembre 2020

Quando c'è di mezzo il giro d'Italia, Rosa in questo caso, la cronaca oscilla sempre tra sport e vita



(Non l'ho scritto io ma mio mio padre, ma merita decisamente di stare su questo blog)

Ieri, Tivoli è stato tappa del Giro Rosa e, come molti tiburtini, ho assistito all'arrivo della corsa. Anzi, molto prima dell'arrivo, già ero entrato in quel clima particolare che si avverte mentre aspetti il passaggio dei corridori. Sulla panoramica della piazza Garibaldi, avevamo montato il gazebo del Team Panda, la squadra di Triathlon della quale sono, davvero assai indegnamente, presidente. Proprio sotto quel gazebo inizia la cronaca di vita. Sul tavolino, avevamo esposto i gadget offerti dai nostri sponsor. Alcuni erano di carattere prettamente sportivo, riservati ad atleti, gel fisiokineasy da prendere in corsa, altri, offerti dalla nostra atleta e sponsor Alexa Grisendi, d'uso comune, penne, agendine, ventagli, palloncini, poggia cellulare.

La cronaca, dicevo, piccola cronaca fatta di persone, che timidamente prendono ciò che gli si offre e, spesso, sentono quasi il dovere di motivare il loro interesse per il dono. Alcuni tornano con un amico, altri tornano tre o quattro volte, da soli. Poi c'è la signora che rimprovera le amiche perché non si vergognano di aver chiesto una penna e, mentre le altre restano vicine al tavolino, in disparte, ti racconta che ha un figlio disabile. Gli chiediamo di portarlo da noi e ci dice che "...no, no" con un'espressione che è difficile dimenticare. Infine, non accetta altro che una penna e un'agendina, perché basteranno a renderlo felice.
Quel velo di tristezza si dilegua, però, quando vedi il volto dei bambini e il loro sguardo che va dai tuoi occhi a quelli del padre o della madre, quando gli chiedi se vogliono un palloncino; lo prendono con gli occhi bassi e, sollecitati dai genitori, ti dicono grazie. Bene - penso allora io - ancora ci sono i "vecchi" genitori che insegnano a ringraziare.

Nel pomeriggio entra la cronaca sportiva, sulla salita più dura, sulla via del Colle, quando la strada impenna con una pendenza superiore al 15%. Passano le prime, danzano sui pedali, guardano la strada e la sfidano; sono solo due, due persone prima che due cicliste, in fuga si dice, in fuga dall'anonimato del gruppo che non di persone, ma solo di cicliste e colori è formato. Tornano le persone, quelle che hanno un volto, quelle rimaste indietro e anche loro guardano la strada, ma non la sfidano, sembrano anzi chiederle un gesto d'amore, che si spiani, che dopo quell'arco si mostri meno cattiva. 


Quando, dopo molto tempo, passa una ciclista sola, l'ultima, appena davanti all'auto di fine corsa, sembra che le auto non facciano rumore, neanche le moto, neanche la sua bicicletta, neanche il suo respiro. C'è solo silenzio, fino a quando una mano, tra il pubblico, le indica il punto in cui la strada si fa un poco meno ripida ed una voce, poi due voci, poi tre voci, la incoraggiano, lacerando quel silenzio che invece lei vuole, perché lì, in quel vuoto di suoni e di pensieri ha riposto ciò che le è necessario per non smettere di pedalare ed andare avanti. Così, lo impone il silenzio, nella foto si vede: toglie la mano dal manubrio e porta il dito davanti alla bocca. Non so come ti chiami, graziosa atleta, ma un nome te l'ho dato: Tacita Muta. Era una dea (chissà.. forse è una dea e forse sei proprio tu) che, con un gesto identico al tuo, imponendo il silenzio, concentrava il pensiero per aiutare il sole , anche lui, a salire, ad uscire dalle brume invernali.


Infine, quando è sera, torna la cronaca di vita, piccola e sorridente. A casa, affacciato in terrazza, vedo passare sulla la strada un bambino - solo, in salita e in silenzio, proprio come l'ultima ciclista- che con piccoli calci, spinge davanti uno dei palloncini del nostro sponsor. Quel piccolo pallone colorato, con quel nome "Speedy Block" stampato su uno spicchio, un nome che è quasi un ossimoro, evoca velocità e immobilità, chi in salita corre e chi si ferma, come nella vita, e così riassume la giornata con la potenza di un simbolo.
Non so bene perché, ma osservando quel bambino, ho provato una grande gioia.

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