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lunedì 4 maggio 2026

Gli ultimi due mesi prima dell'IronMan

I fatidici sessanta giorni prima dell'IronMan sono un classico crocevia dove molti atleti cominciano a "scapocciare".

Il problema di base è che dopo il grande impulso dell'inizio della preparazione, e il successivo consolidamento, questa è la fase - solitamente - di massimo carico, dove l'accumulo di fatica mal si sposa con il giorno della gara non ancora così vicino da poter essere un'àncora di traino motivazionale.

In tanti anni di esperienza, il modo in cui si "scapoccia" più spesso però ha delle conseguenze paradossalmente inverse, ovvero si finisce per "fare di più".

Molto di più.

I possono essere vari: timore di non fare abbastanza, testarsi in continuazione su passo-gara e distanza-gara, perdere ulteriore peso illudendosi che possa essere una soluzione per andare più forti, confrontarsi altri atleti che magari stanno sviluppando altri tipi di preparazione o prendere come riferimento gli allenamenti dei professionisti.

Semplice da dire, ma evidentemente mai abbastanza da ripeterlo, sono tutti elementi sabotatori del vostro (e anche mio come coach) obiettivo.

Quando poi lo si fa notare all'atleta, la risposta, anche qui identica nei tempi e modi come una sincronicità Jungiana, è sempre "sì sì', hai ragione, ora mi rimetto in riga, lo sai che mi fido di te".

E allora va bene, fàmo a fidasse, ma stavolta fidàmose per bene, perché se si fanno gli stessi errori, poi anche le spiegazioni sono sempre le stesse.

E alla fine diventano noiose, e la noia stanca.

lunedì 12 agosto 2024

La metafisica del triathlon



Vanno benissimo tutte le cose analizzabili, i watt, la frequenza cardiaca, il passo.

Chiaramente, li possiamo identificare, isolare, analizzare e trarne le conseguenze.

La determinazione di compiere un passo in più, l'emozione che abbiamo durante un momento particolarmente coinvolgente della nostra gara, ma anche la decisione di voler gestire una determinata fase in uno specifico modo (più veloce o più lento del previsto), così come (ancora) la percezione che abbiamo di tutto quello che riguarda il nostro procedere (dal nostro corpo ai fotti esterni), cosa sono "invece"?

Sono, altrettanto chiaramente, cose reali, definite ed esistenti sebbene non tangibili ed esaminabili e per questo la scienza per quanto imprescindibile non esaurisce la ricerca umana non solo nella quantità ma nel campo.

L'essenza di quelle e di altre entità risiede già nell’identificarle e definirle: se qualcosa posso riconoscerla non può non esistere.

Neppure è un atto chiuso che rimane tra il pensante (io) e il pensato (mio), perché è chiaramente identificabile,  riconoscibile e interagibile da molti.

Se la scienza si può limitare a circoscrivere un processo del genere nell’ambito del positivismo medico, deve necessariamente cedere il passo (immagino per molti con vergognosa e inesprimibile sconfitta) alla metafisica, oppure addure implausibili motivazioni.

Siamo ancora a una distanza siderale dai campi esprimibili dalla scienza e l'illusione che lo scoperto possa aver una rilevanza prioritaria sul non scoperto mi regala sempre un sorriso.

Sebbene, riconosco, strappi ancora più sorrisi ai suoi rigorosi seguaci quando leggono i miei vaneggiamenti.

lunedì 20 maggio 2024

E quando te passa? (La percezione della fatica nello sport)

Continuiamo a parlare di motivazione degli atleti.

La giusta motivazione può lenire la vostra sensazione di fatica?

Già nel 2017 uno studio aveva accertato come degli atleti sottoposti a fatica lieve riuscissero a definire abbastanza precisamente la durata del loro sforzo, mentre la cosa si complicava quando l'intensità dell'esercizio aumentava: in sostanza il tempo sembrava non passare mai!

Una cosa del genere, modestamente, me l'ero inventata un anno prima come test da campo per la mia tesina da allenatore di triathlon - calma! - chiaramente senza riscontro, doppio cieco e con basi scientifiche decisamente meno solide!

Un nuovo recente studio su una trentina di ciclisti ha provato ad utilizzare delle "distrazioni" per nascondere la fatica, come ad esempio un virtual trainer da battere o un compagno di pedalate.

Il risultato?

Che la percezione del tempo era esclusivamente legata all'intensità dello sforzo e la presenza o meno delle distrazioni non influiva affatto sulla sensazione di fatica, quando appunto l'inensità cominciava a farsi rilevante.

In sostanza, se si esce per una sgamabata in compagnia la fatica non si sente, ma se ci si si allena in compagnia ad alta intensità il bucio de culo lo sentite tutto!

Il finale adesso invece è prettamente filosofico.

Se l'istinto dell'autoconservazione umana ci tende a voler prolungare la vita, perchè la sensazione del "tempo che non passa mai" (e quindi di allungamento della vita) si associa ad una sensazione di disagio e fatica?

Magari troverete la risposta mentre state al 20° minuto in soglia anaerobica, prorprio quando non ve passa un cazzo!

lunedì 8 maggio 2023

Il corpo del linguaggio

 

Spesso si sente parlare del linguaggio del corpo, di quello che il corpo ci sta dicendo anche se non lo stiamo esplicitando in altro modo.

E' altrettanto importante prestare attenzione però al procedimento inverso.

Quando ribadisco ai miei atleti di non compiangersi o di lamentarsi è perchè in quel modo mostrano debolezza, emostrare debolezza signfica avere debolezzie.

Attenzione, quesnto NON signfica che:
-chi non mostri debolezza non ne abbia
-sarebbe un problema avere delle debolezze

Non mostrare debolezze però può darci la consapevolezza che potremmo NON averle! 

Ora direte: ma non sarebbe peggio aver dei punti deboli e far finta di non averli?

Alcune volte, soprattutto negli sport di endurance, bisogna ingannare la mente, perchè non possiamo permetterci di avere debolezze.

Quando state correndo la Maratona finale di un IronMan, avete ogni muscolo affaticato e doloretti su tutto il corpo, potete permettervi di fermarvi?

Oppure ignorate la fatica, o meglio la combattete per sconfiggerla?

Date un corpo forte al vostro linguaggio, perchè la testa, n qualche modo, ascolta sempre.

Visione troppo stoica dello sport?

Forse, ma che vi aspettate da uno che si chiama Strong?

martedì 4 aprile 2023

Non cambiare quello che funziona [il pragmatismo e l'arte di allenare - parte 2]

Eufemisticamente mi piace definirmi un allenatore non convenzionale.

Sia ben chiaro, con ogni accezione, positiva e/o negativa, del caso.

Da una parte mi piace discostarmi dalle strade già battute, spesso  applicando le mie idee anche in controtendenza alle canoniche linee riconosciute dalla maggiorparte degli allenatori, ma è altrettanto vero che, quando e se trovo una cosa che funziona, non ho bisogno necessariamente di cercare la novità (tecnologica, tecnica, metodologica, scientifica, modaiola o quello che vi pare) per cambiare una routine che, seppur noiosa e banale, renda al meglio.

Sono uno di quei fenomeni che pensa che il 90% delle cose si aggiusta da sola senza fare nulla, a partire dagli elettrodomestici (con santa rassegnazione di mia moglie) e finendo con infortuni (magari consultate prima un medico però...), figuriamoci andare a sfrucugliare una cosa che già funziona bene.

Se un piano di allenamenti si cuce bene intorno ad un atleta, perchè non farglielo ripetere di anno in anno?

Perchè poi diventa noioso?

Perchè l'evoluzione scientifica si aggiorna?

Ma la domanda, come sempre più importante, alla fine è: ma poi sei capace di farlo funzionare ugualmente bene, o rimpiangi ancora "i tempi in cui..."?



 


martedì 28 marzo 2023

Il metodo giusto e (è) quello che funziona [il pragmatismo e l'arte di allenare - parte 1]


Spesso ci si imbatte nel mondo del triathlon in personaggi (me compreso per carità!) che hanno una determinata linea di pensiero da applicare alla metodologia degli allenamento e la perseguono con determinazione esenza compromessi.

Senza compromessi non significa che non sono aperti a sperimentazioni, anzi, ma che tali variazioni saranno adottate solo nel caso che:

1) la precedente linea non offra più garanzie/risultati
2) la nuova linea possa effettivamente protare benefici 

Chi ha una visione così determinata e chiara, naturalmente si espone al gioce del metodo "giusto o sbagliato", che è la cosa peggiore in cui si possa cadere.

Quando si entra in questo gioco, mi dispiace per gli assidui seguaci della "scienza", ma si finisce per girare sempre intorno senza mai arrivare all'unico punto che conta.

Giusto è quello che funziona. 

Se un mio atleta fa più forte 750mt di nuoto a stile cagnolino rispetto al crawl, la "scienza" può spiegarmi tutta la tecnica e la cinetica "migliori", ma io continuerò a farlo nuotare a cagnolino.

Il mio obiettivo come applicazione del modello di prestazione è quello di risolvere problemi concreti e  produrre risultati utili, dove il valore di un risultato è determinato dalla sua efficacia nella pratica, piuttosto che da considerazioni teoriche o astratte. 

Il mio interesse non è dunque finalizzato alla correttezza logica o la coerenza teorica di un metodo, quanto piuttosto la sua utilità pratica finalizzata ad una risoluzione che ha profitto ed efficacia.

In estrema sintesi, se ti alleno io, "il giusto" è quello che dico io e basta.

lunedì 13 febbraio 2023

Il focus degli "Special Block"

In questo periodo, molti dei miei atleti stanno eseguendo uno "Special Block", un ciclo di tre o quattro settimane, studiato specificatamente per migliorare alcune loro caratteristiche.

Migliorare, non mantenere!

Signfica che, per determinati allenamenti, bisogna incidere maggiormente.

Per arrivare a questo, sarà necessario eseguire GLI ALTRI allenamenti, quelli di recupero, alla giusta intensità, senza esagerare.

Lo so che vi siete dovuti sforzare per frenarvi, che potevate spingere di più, ma se spingiamo dove NON serve, poi non risuciremo a fare il salto di qualità DOVE SERVE.

In questo caso il nostro focus dovrà essere inteso:

- non come intento dell'atleta (nell'aspetto soggettivo delle mire dello stesso atleta) quale termine di una certa intenzione  che può essere anche diversa dal termine cui questa intenzione mette capo in realtà;

- ma nel senso di causalità aristotelica finale del processo di miglioramento, ovvero come scopo OGGETTIVO che porta al termine del progetto  a cui si riferisce.


mercoledì 7 dicembre 2022

I 32x200 in pista e la ricerca della wahrnehmen (workout of the week) [E.M.O. Training parte X]

 

Perchè do assoluta importanza alla percezione del proprio sforzo durante gli allenamenti?

Perchè è una certezza nella coscienza sensibile: avverto e sono consapevole esattamente di quello che sto sentendo.

Sentire di percepire è già qualcosa di più del semplice "sensibile".

La differenza è più evidente nella lingua tedesca.

Aufnehmen è la percezione immediata

Wahrnehmen ma una percezioine dove è già acquisita la verità.

Il nostro scopo sarà dunque di allenare la  aufnehmung migliorare la wahrnehmung, una sorta di appercezione  (ovvero percezione della percezione) indicata da Leibniz, dove l'atleta si libera dalla mera ricettività passiva.

Il tipico allenamento che propongo per ricercare questa qualità è un bel 32x200 in pista.

Chi non l'ha mai provato va subito in difficoltà per la non semplice gestione: solitamente, nonostante le indicazioni precise, i 200 vengono interpretati come una classica  ripetuta di velocità, con conseguente scoppiamento dopo le prime 8 ripetute.

L'allenamento, che non è finalizzato alla velocità, ma strutturato con un minimo recupero, apporta i benefici della resistenza, esaltando inoltre quella TUF (technique under fatigue) che tanto curiamo nel PandaLab (ah, e ridendo e scherzando, vi portate a casa 6km e rotti ad un'andatura migliore di quella della soglia anerobica).

E poi dici che non serve la filosofia negli allenamenti!


venerdì 2 dicembre 2022

L'«explorato» del triathlon e la retorica del cambiare idea

 

Quando dico che mi piace avere delle convinzioni e poi stravolgerle, non lo dico tanto per quella mia retorica degna di Corace di saper confutare senza problemi due tesi totalmente agli opposti con la stessa convinzione.

Mi piace stravolgere le mie idee perchè mi piace apprafondire soprattutto quelle che ritengo errate.

Il meteodo con cui mi applico in questa è un po' quello che usa Seneca, ovvero "transire in alinea castra, non tamquam transfuga, sed tamquam explorato" (passare in campo altrui, ma come esploratore, non come disertore).

Spesso, dopo aver fatto queste esplorazioni, mi convinco ancora di più che sono emerite cagate e torno sulle mie convinzioni, altre volte tuttavia risconosco il buono che c'è, e cerco di farlo mio.

Già l'anno scorso ho scritto 5 punti sui quali nel corso del tempo ho cambiato idea, ma l'elenco necessitava di un aggiornamento, e dunque ecco 5 new entry:

  1. I test: inizalmente, da bravo allenatore, mi applicavo per valutare al meglio i test iniziali e di        "metà percorso" dei miei atleti. Poi ho realizzato che sono una perdita di tempo. Ma                   probabilmente è perchè non sono un bravo allenatore.
  2. I pesi: non sapete quanto tempo abbia perso a creare circuiti di potenziamento e WOD di crossfit, èer poi trovare la gente imballata quando doveva spingere sullo sport specifico...  la ghisa buttatela pure nell'indifferenziato!
  3. Lo stretching: ricordo ancora i pomeriggi al Paolo Rosi a tirarci pure le budella prima di fare le ripetute in pista. poi ho capito che se fai uno sport dove la massima estensione degli arti è del 65%, andando oltre rischi solo di fare danni
  4. Cibi di qualità: ammetto, anche io ero uno di quelli che si preparava gli estratti di barbabietola, olio di cocco nel caffè e burro rigorosamente chiarificato. Poi a fine giornata il totale delle calorie assunte era 1600 e m chiedevo come mai non avessi la forza di spingere bene in allenamento!
  5. IronMan in pensione: dicevo sempre che dopo un IronMan sotto le 10 ore avrei smesso di farne altri... ma forse non c'ho mai creduto veramente neanche io a 'sta cazzata!

giovedì 28 luglio 2022

L'incapacità di sapersi allenare oltre il "gestell" (E.M.O. Training parte IX)

In estate, l'imperante caldo e la pressante umidità, necessita una im portante rivalutazione dei riferimenti che abbiamo sui nostri allenamenti.

Riferimenti di frequenza cardiaca, di wattaggio in bici e di passo nella corsa - spesso in aggiunta ad una preprazione che (come accade spesso in questo periodo) aumenta di volume in considerazione di gare su lunga distanza di prossima data - perdono necessariamente il loro valore per come siamo abituati a considerarlo.

O, perlomeno, dovrebbero perderlo, perchè molti si ostinano a domandarsi perchè non riescono a sostenere i valori che avevano a febbraio o, peggio ancora, si ostinano a voler mantenere quei valori in allenamenti dove non è richiesto.

In questo periodo, come non mai, è fondamentale aver acquisito quella percezione del proprio corpo che nel PandaLab cerchiamo di incularcare da subito nei nostri atleti.

Come aveva preannunciato già il filosofo francese Henri Bergson, nell’epoca della tecnica sarebbe presto divenuto necessario un "supplemento d’anima", proprio per non lasciarsi sopraffare da una tecnologia ingrado addirittura di offuscare le nostre valutazioni.

Lo stesso Heidegger, esaminando gli sviluppi della nascente  civiltà tecnomorfa, constatò come l’uomo stesse sempre più un giocattolo nelle mani della tecnica e finiva per essere l’utilizzato, l’impiegato, dalla tecnica.

Allo stesso modo, quando non riusciamo ad andare oltre la visione fredda ed oggettiva delle nostre strumentazioni elettroniche, non integrandole con il "supplemento delle nostre percezioni" ci illudiamo di poterle padroneggiare mentre invece ne stiamo già pagando le conseguenze. 

Martin Heidegger, riferendosi a questo impianto che chiamava gestell, avvertiva il rischio che potesse lui stesso disporre sempre più illimitatamente dell’uomo (e non vicecersa), producendo una disumanizzazione e minore espansione dell'anima e dello spazio di riflessione.

Spazio di riflessione che è proprio quella scriminante che ci permette di valutare, ponderare e comparare gli elementi oggettivi dei dati, ma decidendo come considerarli alla realtà soggettiva dell'istante.

Insomma, i nostri GPS, i nostri misuratori di potenza, i nostri contatori di bracciata ci dispensano dalla fatica del pensare, in realtà ci stiamo inebetendo, sottomettendoci a questo gestell dove tutti calcolano, pochi pensano e pensare è considerata una perdita di tempo: avere un dato immediatamente visibile significa darlo per assodato, conoscere le percezioni del corpo invece significa sospendere il giudizio per riflettere.

Ma il tempo per riflette purtroppo, lo abbiamo ormai barattato in cambio di un gestell che riflette e ci mette immediatamete a disposizione quello di cui abbiamo illusoriamente bisogno.

E per questo continuiamo a chiederci come mai non riusciamo più a correre quel chilometro in quattro minuti!

lunedì 25 luglio 2022

Il rasoio di Strong

 


Sono già due atleti che alleno che mi fanno notare come le mie idee possano essere accumunate al principio del rasoio di Ockham.

La cosa, oltre che onorarmi, dal momento che sono solito creare mediocri parallelismi tra sport e filosofia, mi lascia anche soddisfatto, perchè è proprio un tipo di messaggio che mi piace veicolare.

Anche se gli americani usano l'espressione KISS (keep it simple, stupid!) molto meno elegante rispetto alla citazione del teologo inglese, il concetto di fatto è il medesimo.

Innanzitutto il ricorso all'esperienza come fondamento della conoscenza di ciò che dovremo valutare, rigettando di conseguenza tutto ciò che trascende i limiti dell'esperienza stessa: l'acquisizione di tale esperienza ci permetterà di conoscere con tutta evidenza se una situazione c'è o non c'è, giudicandone immediatamente la realtà o l'irrealtà. 

Estendendo il concetto al mondo del triathlon, e indotto nell'esecuzione o metodologia di un allenamento, ovvero al ricorso di uno strumento, calzerebbe perfettamente la nota espressione occamiana "non sunt multiplicanda entia sine necessitate" ovvero «gli enti non si devono moltiplicare più del necessario». (certo, poi c'è il problema del ricnoscimento universale del concetto di semplicità, ma qui andiamo troppo sul complesso, soprattutto per me)

Non ho nulla in contrario ed anzi apprezzo chi cura i minimi particolari di ogni aspetto del triathlon, ma la mia ideaa è quella di tagliare ogni elemento non necessario (ossia che complichi la situazione) che di conseguenza mi porterà:

1) ulteriori perdite di tempo
2) distogliere l'attenzione dagli aspetti più rilevanti
3) stress pari o superiore alla corrispondente gratificazione

In sintesi...


lunedì 24 maggio 2021

"Il più giusto è il più bello"

 

Spesso dico che il fattore estetico nel triathlon è la cosa più importante.

Mi avrete certamente sentito asserire convintamente che la miglior bicicletta è quella che vi piace di più, oppure che in gara l'unica cosa che conta è venire bene alle foto.

Se pensate che siano farneticazioni o boutade goliardiche, siete quantomai distanti dalle mie intenzioni.

Per deformazione professionale ho avuto una formazione basta sulla "forma e sostanza".

Traslandolo negli allenamenti possiamo tranquillamente concedere un accento alla congiunzione definendo la relazione "forma E' sostanza".

Il concetto si esaspera ancor di più nelle gare di lunga distanza quali IronMan e 70.3.

Sapete qual è il primo segnale di crisi nel gesto atletico?

Quando cominciate a perdere la compostezza del movimento: la rotazione (attezione, non il rollìo) sperentina in acqua, il movimento scoordinato delle spalle in bici, le braccia senza controllo che si muovono lateralmente nella corsa... in poche parole, siete brutti.

La bellezza sportiva non è più materiale ma insita nel soggetto e l'unico modo per farla propria è tramite una percezione accompagnata dal giudizio che il soggetto muove verso l'oggetto stesso. Perciò l'unico strumento che si ha per misurare e concretizzare in parte la bellezza è la percezione stessa del soggetto. 

La miglior indicazione possibile, in questo caso, ci arriva dalla Grecia antica e, precisamente da Delfi dove, sulle pareti del tempio di Apollo erano incise alcune massime, le più famose delle quali - oltre alla celebre γνῶϑι σεαυτόν conosci te stesso (leggasi E.M.O. Training...) tutte basate sul rispetto dei criteri di armonia e proporzione e variamente attribuite, ora ad oracoli emessi dalla Pitia, ora a ciascuno dei sette sapienti, ora allo stesso Zeus - erano le seguenti:

“Il più giusto è il più bello” 

“Osserva il limite” 

Odia la hybris (tracotanza)

“Nulla in eccesso"

 Se tenete a mente questi quattro fondamenti durante il vostro IronMan, non dovrete temere nulla.

 E, soprattutto, non rischiate di avere foto brutte della vostra gara più importante.

martedì 11 maggio 2021

Perche rompo tanto i cojoni con la filosofia (quando invece dorei parlare di allenamenti?)

 

Certo, ne sono consapevole, so essere davvero noioso quando comincio a mischiare metodologia di allenamento e filosofia da quattro soldi.

Ecco perchè lo faccio e soprattutto perchè ne sono convinto della bontà.

Ormai sembra assodata l'ìdea che un'ottima prestazione sportiva si ottenga affiancando un programma di allenamento produttivo, ad una solida capacità mentale dell'atleta.

Avrete sentito sempre più spesso parlare sia atleti che allenatori che, sopratutto nell'alto livello, c'è poco da inventarsi, che non esistono allenamenti magici, ma di quanto invece sia fondamentale "la testa".

E allora c'è tutto quel recente filone formativo che pretende di fornire le chiavi giuste per sviluppare anche questa famosa testa.

Così adesso abbiamo resilienza, mindfulness, mental coaching, soft skills e cazzi vari che dovrebbero aiutarci a rendere di più nelle nostre prestazioni ma, chiedo umilmente, perchè non cercare le risposte - per quanto possibili e per quanto applicabili allo sport - in una dottrina nella quale da 2500 anni si sono applicate le migliori menti dell'umanità?

Certo, la mole di informazioni è vastissima, ma sono certo che lì in mezzo di aiuto utile ne troverete tanto.

Detto questo, nella possibile eventualità che non troviate ciò che cercate, andate ad allenarvi seriamente, che state perdendo già troppo tempo co' 'ste cazzate!   

lunedì 19 aprile 2021

La scommessa di Pascal applicata al fine sportivo

 

Ho sempre avuto un approccio semplicistico in ogni attività che mi ha interessato.

Nella filosofia/teologia, benché abbia un immenso fascino la ricerca razionale di Dio, sia di matrice aristotelica sia dogmatica di Tommaso, ho sempre ritenuto che la via diretta verso la Verità sia quella mistica e della Rivelazione non suscettibile della comprensione razionale indicata da Bernardo di Chiaravalle.

Non ho finito di rompervi i cojoni, dovete pazientare ancora un po'.

Proprio per questo aspetto non razionalmente spiegabile, trovo sublime l'argomentazione di Blaise Pascal relativa alla scommessa su Dio.

In brevissimo, credere a Dio conviene perchè se ci credo, mi comporto da cristiano ed alla fine esiste, allora vinco tutto (la salvezza eterna) e non perdo niente. Se non ci credo e non esiste non vinco niente, ma se esiste allora avrò perso tutto.

Ecco, ora finalmente arriviamo allo sport.

Per questo la filosofia che cerco di trasmettere agli atleti che alleno (parliamo sempre di atleti amatori) è quella di puntare tutto sul divertimento e la passione: se poi la gara andrà male perderanno poco (continuano a divertirsi senza risultato), se invece la gara andrà bene avranno vinto tutto, divertimento e prestazione!

Chi avrà puntato esclusivamente sulla prestazione senza divertimento, in caso di gara positiva avrà vinto poco (numeri da mostrare e basta), in caso di gara negativa avrà perso tutto.

Semplice no?

lunedì 23 novembre 2020

τὸ κατέχον: l'allenamento che frena

 


Spesso si sente dire che bisogna fare gli allenamenti lenti, veramente lenti, per poter fare poi quelli veloci veramente veloci.

Evitare le "zone grigie" a metà, un concetto tanto caro a chi si allena in modo polarizzato.

Abbiamo già parlato dell'importanza di fare alcune parti dell'allenamento, come il riscaldamento, in maniera lenta, ma qui parliamo di allenamenti interi.

Tuttavia spesso ci si dimentica di questo aspetto fondamentale, e allora si tende sempre a fare quel lungo di corsa un po' più veloce del dovuto perchè così:

  1. ah vedi, mi stanno venedo i lunghi lenti più veloci, significa che sto entrando in forma (poi magari le fate a 150bpm e così non fate nè un lungo lento, nè un lavoro di qualità e manco recuperate)
  2. ma guarda ti assicuro che andavo facile (magari stavate bene perchè serviva fare un allenamento importante intenso dopo due giorni e c'era bisogno che ci arrivavate freschi, così cannate l'allenamento che contava veramente)

E allora utilizzeremo il κατέχον , questa andatura forzatamente lenta, che indicherò di volta in volta in base ai momenti della stagione, che tenga a freno ogni tentativo di velocizzare il ritmo.

Ah, giusto per chiarire, non è necessario tatuarselo sul corpo, ma se volete...

giovedì 10 settembre 2020

La metodologia di allenamento migliore per la fiducia (fides) nei confronti del coach

 

Siamo abituati a porre gli allenamenti e la loro metodologia su aspetti metabolici, muscolari e in correlazione con altri aspetti come il recupero, la nutrizione ecc..

Siccome a me piace infilarci riferimenti classici, mi piace creare analogie umanistiche che, probabilmente e per molti, non hanno alcun tipo di connessione con la scienza dello sport.

Ho subito notato un parallelismo tra il coordinamento degli oggetti verso il fine della conoscenza, della ricerca razionale e della rivelazione, insegnati da Ugo di San Vittore, ed la metodologia di allenamenti, appunto.

In questo processo logico applicato agli allenamenti, avremo dunque:

  1. allenamenti che derivano dalla ragione
  2. allenamenti conformi alla ragione
  3. allenamenti al di sopra della ragione
  4. allenamenti contro la ragione
ovvero:
  1. allenamenti assegnati su parametri determinati e adattati nell'esecuzione alle sensazioni
  2. allenamenti eseguiti in base ai parametri assegnati in maniera precisa dall'analisi dei dati
  3. allenamenti eseguiti in base alle sensazioni, privi di alcun parametro assegnato
  4. allenamenti eseguiti forzando in maniera negativa o positiva quelli assegnati, basati su parametri precisi
Il filosofo della Sassonia afferma che le cose  riconducibili al n1) sono necessarie, quelle al punto 2)probabili, quelle al 3)mirabili e quelle al 4)impossibili, specificando che possono essere oggetto di fede solo le cose conformi (2) e al di sopra (3) della ragione.
 
Di conseguenza, presumo che un allenatore, per ottenere la fiducia dei propri atleti, dovrebbe basare i propri programmi di allenamenti  su quelli determinati da meticolosi e cooerentei parametri (passo, wattaggio, frequenza cardiaca...), ovvero su quelli basati sulla esclusiva percezione dello sforzo dell'atleta.
Dovrebbero entrambi funzionali al nostro scopo ma, come detto sopra, se nei primi la fides verso il proprio coach risulterebbe probabile, nei secondi sarebbe mirabile!
A voi la scelta su quale adottare...

giovedì 9 luglio 2020

Perché dare un nome agli allenamenti



Una delle prime cose che nota chi comincia a farsi allenare da me è che do un nome (e spesso un'immagine) a quasi tutti gli allenamenti.
All'inizio sembra solo una cosa simpatica, ma poi si cominciano a chiedere il perchè.
Ed ecco il motivo.
Innanzitutto è un modo per ricordarsi il tipo l'allenamento, anche nel caso dovessi riproporlo altre volte o in altre fasi della rpogrammazione.
Associarlo ad un nome o un'immagine mi aiuta immediatamente ad inquadrarlo se è un allenamento semplice o complesso, lungo o intenso.
Secondo motivo, è un modo (che funziona) per motivare i ragazzi.
Nel parlano nel gruppo, lo identificano subito ed "affrontarlo" diventa come una sfida, un nemico da sconfiggere.
Infine, individualizzare un allenamento, lo rende irripetibile, decontestualizzandolo da una monotonia storica, dimenticando l'invarianza fallimentare e  rendendo vulnerabile la propria asperità.
Non diventa più un nemico senza nome, un generico 4x2000, ma si definisce l'oggetto del nostro focus.
Quindi, sebbene nel ricordo di un'allenamento già fatto vi è maggior verità rispetto al suo oblio, dare un nome unico all'allenamento, come ogni nominalismo, equivale ad esorcismo: garanzia di annientamento ed irripetibilità.

venerdì 12 giugno 2020

Il triatleta migliore



Negli ultimi anni si è assistito ad uno spostamento dell'attenzione degli aspetti dell'allenamento non solo relativamente al campo metabolico, neuromuscolare o della programmazione a lungo termine dei carichi.

Si sono affiancati una serie di aspetti paralleli, più o meno importanti, che la cui importanza è ormai è considerata dalla maggior parte (se non totalità) degli allenatori un fattore da prendere assolutamente in considerazione per il miglioramente complessivo degli atleti.

E quindi abbiamo cominciato a perfezionare i dettagli sull'alimentazione, sul sonno e su tutte quelle competenze relazionali (o soft skills) che improvvisamente sono diventati così importanti nel miglioramento dell'atleta.

Ma se allora consideriamo importanti questi elementi di crescita, perchè nessuno menziona il miglioramento etico?
Ecco, allora ci penso io.
Dal primo momento in cui ho iniziato ad allenare ho sempre, imprescindibilmente, cercato di trasmettere  a fianco del tradizionale metodo valori e virtù che ritengo fondamentali e necessarie.

Quindi, insieme alla virtù, intesa in seso originario latino virtus (e dunque strettamento legato al vigore fisico),  allenate l' ἀρετή (aretè in greco), considerata come disposizione dell'animo volta al bene.
Cercate l'eccellenza non solo nell'esecuzione di un allenamento, ma anche nella lealtà, nella saggezza, nel buon consiglio, nella pietà, nel perdono, nell'armonia, nella verità.

Cercate fortemente un'ulteriore crescita che, sono sicuro, vi renderà migliori anche come atleti.
Anzi, cerchiamo, perchè anche questo aspetto dovrebbe, dunque, essere tra le qualità formative di un allenatore-precettore.

lunedì 1 giugno 2020

Il valore e il lusso di un atleta


Mi sono sempre schermato per anni dietro la scusa che non ho lo spirito agonistico.
Da una parte è vero.
Quando adolescente giocavo a tennis il mio maestro mi disse che non avrei potuto vincere un granché se non fossi stato in grado di odiare il mio avversario.
E non ne sono capace.
Quando all'IronMan di Francoforte al 20°km della corsa mi superò il mio amico Master, invece di trovare la grinta per stargli dietro, ero troppo felice che stesse facendo una gran gara.
Non proprio l'atteggiamento che un agonista dovrebbe avere.
Però è anche il momento di abbassare una maschera.
La verità è che gareggiare mi piace da morire.
Mi piace è vincere le sfide con i miei amici (il che -ATTENZIONE- non significa che mi dispiace quando vincono loro) e mi piace migliorarmi quando le perdo.
Mi piace indossare il pettorale e sto scalpitando per quest'anno che probabilmente proseguirà senza gare.
TUTTAVIA, non sono mai stato schiavo del risultato in sé, ma dell'adrenalina della gara, di quello che si vive durante e del ricordo dolcemaro post gara.
Questo rimane sempre il modo per divertirsi davvero, perchè non ha un'utilità.
Abbiamo parlato di piacere dell'inutilità del triathlon e dunque all'esigenza di rispondere ad un bisogno di piacevolezza.
E questo, è strettamente (s)legato al vostro valore come triatleti.
Questo mondo ci dice che la nostra vità vale quanto prendi di stipendio, quanto è il costo dell'assicurazione sulla tua vita (stimato da chi neanche sa chi siete), quanto il tempo che impiegate per svolgere una determinata attività.
E dunque, nel nostro mondo sportivo, che ci dice che valiamo quanto siamo forti, e il tempo che impieghiamo per finire una gara, la gioia di ricercare il piacere senza altro fine acquista un valore unico!
E questo piacere, per chi è capace di saperlo godere, diventa un lusso.

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