Nonostante i miei post abbiano sempre una certa retorica aulica e romantica, in realtà alla base c'è sempre una sintesi pratica e risultatista, specialmente nell'ambito del coaching.
Se ti stai rivolgendo a un coach, gli stai chiedendo di portarti a un obiettivo, a prescindere se quell'obiettivo sia semplice benessere, un podio, o una barriera temporale da abbattere.
O spesso parlato della mia attitudine e predisposizione verso gli "atti di fede" non misurabile, ma gli obiettivi sono misurabili e segnano inevitabilmente la riuscita o meno di un determinato percorso (con tutte le variabile di ogni caso, chiaramente).
Il problema, soprattutto per atleti non (ancora) solidi o consapevoli delle proprie capacità, è che durante questo percorso, sia nell'allenamento sia nella gara - possono attraversare e vivere momenti in cui si prospetta la irrealizzazione del risultato fissato, come dei veri e propri inibitori dell'obiettivo.
Se questi aspetti si realizzano durante la preprazione allora lì un buon allenatore può ancora intervenire, sulla motivazione dell'atleta o sulla rimodulazione dell'obiettivo.
Se invece il problema si presenta in gara, lì c'è il rischio, sempre per un usare un tono aulico e romantico, che vada tutto a puttane.
Chi, ad esempio, affronta un IronMan con l'aspettativa di un sub11 e vedere durante la gara che il suo obiettivo sta diventando irrealizzabile, potrebbe "sbracare" sotto ogni aspetto, fisico, mentale, motivazionale, tattico, con CONSEGUENZE drammatiche sotto gli stessi ambiti: fisico perchè si comincia a trascinare oltremodo stressando qualsiasi apparato, mentale perchè potrebbe insinuarsi in lui il dubbio di non essere (mai più) in grado di realizzare quell'obiettivo.
Questo è solo un esempio, che può essere applicabile a qualsiasi obiettivo "misurabile".
Ed è proprio qui che ci vuole tanto lavoro di un coach che sappia affiancare e costruire un atleta, di qualsiasi livelo e con qualisasi obiettivo, con una visione lucida e solida.
E non è semplice.
Vabbè poi ci sono gli atleti che volontariamente caricano il proprio amico e compagno di squadra di aspettative al di fuori della sua portata solo per mettergli pressione addosso e farlo sentire inadeguato, ma quello fa parte del gioco e, forse, anche del percorso di costruzione di una certa consistenza mentale.
