Una gara può andare male in molti modi. Si può concludere lontano dal tempo previsto, perdere progressivamente efficacia, commettere errori nella gestione dello sforzo, incontrare problemi nutrizionali oppure arrivare al traguardo con la sensazione di non avere espresso il proprio reale potenziale. A volte, invece, il risultato è oggettivamente buono, ma rimane distante dalle aspettative costruite durante i mesi precedenti.
In tutti questi casi, la prima reazione tende a essere emotiva: delusione, rabbia, frustrazione, vergogna, ricerca immediata di una spiegazione. È una risposta comprensibile, soprattutto quando la gara rappresentava il punto di arrivo di un lungo ciclo di preparazione.
Il problema nasce quando il risultato viene trasformato troppo rapidamente in un giudizio complessivo sull’atleta: sono una pippa, non riuscirò mai a tornare ai miei livelli, ho sprecato mesi di lavoro, sotto pressione fallisco sempre.
Una prestazione negativa, però, è un evento complesso che rappresenta soltanto ciò che l’atleta è riuscito a esprimere in quelle specifiche condizioni e in quel preciso momento.
La preparazione fisica costituisce certamente una parte fondamentale del risultato, ma non è l’unica.
Nelle ore immediatamente successive alla competizione, l’atleta raramente possiede la lucidità necessaria per produrre un’analisi affidabile. La fatica fisica, il confronto con le aspettative e l’intensità emotiva favoriscono giudizi assoluti e ricostruzioni poco equilibrate.
La ricerca sulla paura del fallimento nello sport mostra che ciò che gli atleti temono non è soltanto il risultato negativo, ma soprattutto le sue conseguenze percepite.
Per questo motivo, la reazione iniziale può essere sproporzionata rispetto all’effettivo significato tecnico della gara. L’atleta sta semplicemente difendendo l’immagine che possiede di sé.
Gli studi sulla self-compassion nello sport mostrano che un atteggiamento meno giudicante verso sé stessi non equivale ad abbassare gli standard o a cercare giustificazioni, ma potrebbe favorire una migliore regolazione delle emozioni negative e una risposta psicofisiologica più adattiva al ricordo di un fallimento sportivo, a patto di non romanticizzare il fallimento.
Si sente spesso affermare che dalle sconfitte si impari più che dalle vittorie. Cazzate.
Cosa fare allora?
1. PER 24 ORE NON PRENDERE DECISIONI
Non guardare continuamente classifiche, foto e dati.
2. INTERROMPI IL PROCESSO MENTALE CONTINUO
Ripensare alla gara non significa necessariamente analizzarle: la mente ripete le stesse scene senza produrre alcuna soluzione.
3. NON CERCARE DI CONVINCERTI CHE NON IMPORTA
Importava. Per questo fa male.
4. TORNA RAPIDAMENTE ALLA NORMALITÀ
Dopo il recupero fisico, riprendi allenamenti facili, lavoro, famiglia e relazioni. Non aspettare di sentirti nuovamente motivato per ricominciare. L’azione spesso precede la motivazione.
5. SCEGLI UN SOLO PASSO SUCCESSIVO
Non devi correggere tutto.
La fiducia non ritorna attraverso le frasi motivazionali ma accumulando piccole prove di competenza.
E infine la cosa più importante: non buttare subito soldi iscrivendoti a un’altra gara per vendicarti.
Ma probabilmente già l'hai fatto.
(Proprio come avremmo fatto tutti noi!)
Riferimenti scientifici essenziali
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