mercoledì 17 giugno 2026

Il mio 15° IronMan (la magia di Klagenfurt e una squadra meravigliosa)

 


Dico la verità quando affermo che al quindicesimo IronMan, con l'età che avanza e la consapevolezza di non poter raggiungere più la migliore condizione atletica (o il "prime" come si dice oggi), non è affatto scontato avere la motivazione di preparare e gareggiare in un contesto sportivo che richiede tempo, spazio e fatica.

Ci sarebbe pure quell'aria da chiusura di un cerchio, visto che Klagenfurt è stato il mio primo Ironman nel 2013. 

La mia motivazione ormai l'ho costruita nel creare un contesto umano e personale altamente emozionante dentro il quale vivere appunto questo viaggio, che è quello del Team Panda, quello di una squadra fatta da persone stupende, persone sempre serene e con l'animo buono, persone con un cuore enorme che sanno gioire per le gioie dei loro compagni.

E quando si organizza una trasferta di 20 atleti più famiglie al seguito, cene di gruppo, caffè collettivi, e zona cambio tutti vicini per essere stato "The Biggest TriClub Racing", chi cazzo ha bisogno di altre motivazioni?

La strategia della mia gara era semplice: quest'anno in preparazione di un Ultra Trail ho pedalato pochissimo, quindi gestistire più che si può in bici per poter poi esprimermi bene nella corsa.

Il nuoto non è mai stato un problema per me: nei 14 IronMan precedenti ho sempre nuotato tra 57' e 1h05" e anche in questa gara chiudo la prima frazione in 1h04'.

In bici ora c'è da stare concentrati.
Naturalmente, in un IronMan per quanto si cerchi (almeno chi vuole) di evitare la scia, capita comunque di fare qualche centinaio di metri infilato in qualche gruppetto. Ecco, non è questo il caso.
180km tutti da solo ma gestiti estremamente bene, con 175w e cuore sempre in controllo: sicuramente avrei potuto dare di più ma l'ultima cosa che volevo era correre in sofferenza.

E infatti va tutto secondo i piani: corro serenamente senza problemi a 5'20" godendomi pubblico e compagni di squadra che incrocio.
Questa è la mia vera forza, il sorriso di tutti gli atleti del Team Panda che stanno andando a conquistarsi la propria medaglia: le fantastiche prestazioni di Alessio, Paolo, Stefano e Domenico, i 4 esordienti assoluti Edoardo, Domenico, Giorgio e Riccardo, e tutti gli altri veterani che lottano con orgoglio.

Tutti tranne Matteo, il mio compagno di viaggio, con cui ho condiviso ogni singolo istante di questo viaggio.
Sta facendo una prestazione eccezionale, ma a pochi chilometri del traguardo viene bloccato da un improvviso infortunio. 
Tutto quello che dovevamo dirci ce lo siamo detti di persona e sa bene che quello che ha fatto vale quanto la finishline di tutti gli altri, finishline che attraverserà nuovamente insieme a noi con il sorriso e braccia alzate al prossimo IronMan.

La mia di finishline, questa volta è senza mia moglie, rimasta a casa, ma è come se ci fosse, lì sugli spalti a pèassarmi il cappellino da panda.

E allora, anche se materialmente quel cappellino non posso indossarlo, alzo le mani dietro la testa, come se fossero le orecchie del Panda.

E la magia c'è ancora tutta.
Anche dopo tutta quella fatica.
Anche dopo quindici IronMan.

martedì 9 giugno 2026

Come evitare il divorzio preparando un IronMan

 

Forse una delle questioni più importanti per chi preprara un IronMan.

Per questo ho sottoposto ad alcuni atleti un checklist nella quale indicare alcuni punti ritenuti fondamentali per un buon equilibrio familiare e il risultato è stato chiarissimo: il problema non è solo trovare le ore per allenarsi ma capire dove quelle ore vengono prese.

Perché un Ironman si prepara prevalentemente dentro una casa, dentro un lavoro, dentro una coppia, dentro una famiglia, dentro weekend che spesso non sono solo “tempo libero” ma tempo prezioso per chi vive con noi.

Dai questionari emergono alcuni punti molto netti.

Il partner spesso è informato, ma questo non significa che sia davvero tutto concordato. Tra “lo sa” e “lo abbiamo deciso insieme” passa un mondo.

Il weekend è quasi sempre il punto più delicato. I lunghi in bici, le gare di preparazione, le trasferte e la stanchezza post allenamento sono le vere mine vaganti. Non basta chiedersi (e chiedere): “Posso fare cinque ore di bici?”. Bisogna chiedersi (a noi e basta in questo caso) anche: “Dopo quelle cinque ore, che persona rientra in casa?”.

Un altro tema enorme è la comunicazione. Parlare sempre di allenamenti, gare, materiali, bici, watt, passo e tabelle può diventare pesante per chi non vive la stessa ossessione. L’Ironman per noi può essere un sogno. Per chi ci sta accanto, se non viene coinvolto bene, può diventare solo una lunga assenza mascherata da passione. In pratica, non c'è bisogno che raccontate a vostra moglie i dettagli di wattaggio, percorsi gara, passo al km, appendici aerodinamiche solo per renderla partecipe della vostra passione, quando invece a lei non frega un cazzo.  Cercate di usare quel tempo insieme trasformandolo in qualità PER ENTRAMBI!

E per entrambi non intendo triathlon, perchè la trasferta gara che mascherate al vostro partner dicendo che "il posto è bello anche per la famiglia" sappiamo tutti che una cagata più grossa della Corazzata Potëmkin...  

Alla fine, purtroppo (per alcuni), o per fortuna (per altri), tutto va a confluire ai singoli individui  e alle relazioni che abbiamo costruito con loro. 

Se i vostri piccoli spazi, i momenti di condivisione, i sorrisi e gli abbracci che vi regala vostra moglie o vostro marito sono gli stessi a prescindere se gareggiate o no, se state fuori 6 ore per un lungo o se restate a casa, ecco se quella scintilla che vedete nei suoi occhi è sempre la stessa, allora significa che la strada che avete scelto è quella giusta.

E per strada non intendo il percorso che state facendo per il vostro IronMan, ma la persona che vi siete scelti per accompagnare la vostra vita. 

giovedì 4 giugno 2026

L'interpretazione della fase mestruale di una atleta

 

Avevo già scritto in passato su quanto siano effimere le promesse di chi "vende" un allenamento tagliato su misura per le donne (il cosiddetto cycle-based training), rimodulando la programmazione in base alle varie fasi del ciclo mestruale, basandomi su una review di studi nei quali, sostanzialmente si identificavano più benefici nel mantenere una programmazione ben studiata (chiaramente variando un po' le intensità) piuttosto che sconvolgere la progressione degli allenamenti seguendo le fasi del ciclo femminile.

Un nuovo e recentissimo studio (Liebrenz, E., Smith, A., Liebrenz, M., Colangelo, J., & Buadze, A. (2026). “Every Woman Has a Different Cycle and Feels Differently”: A qualitative study of athlete-centred perspectives on menstrual cycle symptoms and management in female endurance sports. Sports, 14, 173)  rafforza questa mia visione evidenziando come le esperienze legate al ciclo mestruale nelle atlete di endurance siano altamente individuali.

L’obiettivo non era misurare direttamente la prestazione con test fisiologici, ma comprendere l’esperienza soggettiva delle atlete: come sentono il corpo, come interpretano le variazioni del ciclo e come modificano eventualmente allenamento, recupero e comunicazione con allenatori e ambiente sportivo.

Il dato principale è che non esiste una risposta unica e standardizzabile. Alcune atlete hanno infatti riferito maggiore fatica, pesantezza, riduzione dell’energia o sensazioni negative soprattutto nella fase premestruale e nei primi giorni di mestruazione. Altre, invece, hanno rivelato di non percepire cali significativi o addirittura di aver ottenuto ottime prestazioni durante il ciclo. 

Questo è il punto centrale: la percezione soggettiva di sentirsi “peggio” non sempre coincide con un peggioramento reale della prestazione.

Un aspetto molto importante riguarda la dimensione psicologica (strano eh, quando si parla di donne...). Sapere di trovarsi in una fase considerata “debole” può, in alcune atlete, generare aspettative negative e ridurre la fiducia prima ancora dell’allenamento. Al contrario, chi possiede maggiore autoefficacia tende a gestire meglio i sintomi e a non interpretarli automaticamente come un limite prestativo. Lo studio suggerisce quindi cautela verso modelli troppo deterministici, perché il rischio è trasformare il ciclo in una profezia negativa.

Anche le tecnologie di monitoraggio, come app, Garmin, Whoop, Oura o dati di HRV, vengono valutate in modo ambivalente. Possono aiutare l’atleta a riconoscere pattern ricorrenti e a capire meglio il proprio corpo, ma possono anche creare confusione quando i dati o le previsioni dell’app non corrispondono alle sensazioni reali.

Nel contesto degli sport di endurance, il ciclo mestruale naturalmente va e deve considerato come un fattore importante della salute e della gestione dell’atleta, ma non come un modello rigido e universale di programmazione. 

L’approccio più corretto è individualizzato, flessibile e centrato sull’atleta. In sostanza, non bisogna costruire l’allenamento su formule generiche del tipo “in questa fase devi fare X e in quest’altra devi fare Y”, ma osservare come ogni atleta risponde realmente, integrare le sue percezioni con dati oggettivi e favorire una comunicazione aperta con il coach.

Il che, come ben sappiamo, non è mai una cosa da dare per scontata...

mercoledì 27 maggio 2026

Lo sport di endurance e il dover rendere conto a qualcuno

 


Ho sempre osservato con distacco una certa nazzariazione edulcorata relativa alla visione sociale del mondo verso i triatleti.

Non mi riferisco a quella dialettica in cui si esaltano quasi eroicamente le gesta ateltiche, perchè anzi, credo che celebrare queste piccole vittorie meriti il giusto spazio.

E non mi riferisco neanche a quella boriosa e ortodossa serietà che accomapgna alcuni pionieri di questo sport nei confronti di un approccio più leggero e meno risultatista.

Quello che intendo è la concezione che si ha dei triatleti - o meglio - la concezione che alcuni triatleti pretendono di avere da chi non fa sport.

Questo porta spesso ad una imamgine di noi stessi che non sempre è attinente alla realtà: a volte ho letto che essere triatleti aiuta anche a trovae un impiego lavorativo perchè dimostrerebbe al datore di lavoro una nostra RESILIENZA (aiuto!!!!) anche in attività professionali.

Chiaramente la realtà è decisamente diversa e non tutta rosa e fiori, però di fatto, ci sono incontrovertibilmente alcune caratteristiche che influiscono positivamente sulle nostre attitudini. 

La disciplina e la costanza di chi si prepara per una gara di endurance ci abituano ad affrontare periodicamente un esame ineluttabile.

E quell'esame chiamato IronMan, nel bene o nel male, volenti o nolenti, in qualche modo ci allena ad affrontare quelle prove, quei momenti della vita dove ci troviamo a dover rendere conto anche ad altri di quello che abbiamo fatto. 

Perchè si, ci convinciamo spesso che non dobbiamo rendere conto ad alcuno, ma a volte qualcuno a cui rendere conto c'è!

E proprio solitamente è una parte che non ci piace,  meglio arrivarci preparati.

Sì, anche con il triathlon. 

martedì 26 maggio 2026

Come (NON) simulare la salita in bici quando hai solo pianura

 


Chi segue le mie pagine sicuramente si è imbattuto in vicende più o meno grottesche che raccontano episodi di vita di un coach, ma questo aneddoto rischia di salire direttamente al primo posto.

L'aneddoto si riferisce ad un allenamento di ciclismo che ho proposto ad un mio atleta, che consisteva in una serie di ripetute in salita a bassa cadenza di pedalata.

E poi arriva il colpo di scena sotto forma di feedback.

Il mio atleta mi comunica (naturalmente ad allenamento terminato, perchè solitamente PRIMA mi contattano solo per cose banali  o domande scontate) che, dal momento che non aveva potuto fare un percorso con salite, ha pensato bene di provcedere alle ripetute CON IL FRENO TIRATO per simulare una resistenza che potesse simulare l'effetto della salita.

Chiaramente la mia risposta al feedback è stata che questa storia sarebbe finita dritta dritta nei miei racconti.

La cosa preoccupante, tuttavia, è che mi sono scordato di specificargli che nel caso di simulazione tecnica di una discesa ripida, in mancanza di terreno adatto, forse non sarebbe opportuno aprire completamente il freno èer simulare la totale mancanza di resistenza...

lunedì 25 maggio 2026

Lo scarico pre-IronMan a tre settimane della gara (Week 14)

Per chi prepara un IronMan, SOLITAMENTE lo scarico comincia non prima di una decina di giorni dalla gara, se proprio siete "fortunati" un paio di settimane prima.

Ci sono molti studi che ci indicano proprio queste quali tempistiche migliori per il tapering, secondo la regola del "più la gara è lunga, meno si scarica".

E poi ci sono io che però faccio una cosa differente, ovvero concedere una settimana di scarico RILEVANTE a tre settimane dalla gara, per poi riprende una leggera progressione di carico.

In realtà non c'è molta letteratura scientifica che predilige questa scelta, se non uno studio del 2024 di Bretonneau e colleghi (anche se si riferiva prevalentemente a nuotatori), individuando quella settimana come un periodo che abbassa il livello di fatica prima delle due settimane conclusive. 

La mia scelta di questa particolare "Settimana 14" come la chiamo io (su 16 di preparazione IronMan), oltre ad essere concepita come microciclo di riduzione della fatica pre-taper, assume anche dei connotati extra metabolici.

Innanzitutto sotto il profilo motivazionale: dopo una lunga e faticosa preparazione, dopo il picco di carico confluito spesso anche con un 70.3 di avvicinamento, con un "Big Day", o con un combinato lunghissimo, la testa entra un po' in "modalità gara" e trovarsi di fronte ad una ulteriore settimana di fatica priva di stimoli potrebbe influire negativamente sulla giusta interpretazione degli allenamenti, con tutti i rischi connessi.

In più, avere molto tempo a disposizione, ci consente di fare con calma tutte quelle piccole operazioni logistiche le quali, ridotte agli ultimi 10 giorni, ci porterebbero ad organizzarle frettolosamente e male.
Parlo di ultimi controlli meccanici alla bicicletta (con tutte le tempistiche dei vari meccanici), parlo dell'acquisto dei prodotti nutrizionali che utilizzeremo in gara e parlo di un check di tutto il materiale da portare.
Un contro è fare tutto tre settimane prima della gara, un conto è a 10 giorni della gara, che con la partenza fissata di solito il giovedì o venerdì, si riducono a una settimana scarsa.

Poi è normale che sotto questo aspetto delicato della preparazione ogni allenatore abbia le proprie idee (e le proprie fisse), e la mia si chiama WEEK 14.
Consideratela un piccolo regalo, che però scarterete dopo una ventina di giorni.

venerdì 22 maggio 2026

Una caloria è sempre una caloria

 


Ultimamente ho ricevuto una critica da un tizio che, relativamente al mio libro "Triathlone altre perdite di tempo", ha commentato: "Consigliare cibo spazzatura perché “ha più calorie” e che la quantità è meglio della qualità la dice lunga".

A parte il fatto che chiaramente non ha compreso il concetto del discorso in cui, in estrema e brutale sintesi dico che per alimentare il motore di chi preparara l'endurance è MEGLIO mangiare tanto anche a discapito della qualità, piuttosto che poco ma qualitativo (c'era bisogno di dirlo che mangiare tanto e bene è la scelta migliore?) , a parte il fatto che il tizio vende carne di struzzo e quindi, immagino, veda il mio post come una minaccia ai suoi affari, mi sembra doveroso a questo punto esplicare ulteriormente il mio pensiero.

Rincarando la dose, chiaramente.

UNA CALORIA E' SEMPRE UNA CALORIA.

Naturalmente, detta così, la frase va maneggiata con cura. Dal punto di vista metabolico, gli alimenti non sono tutti uguali: cambiano digestione, sazietà, risposta glicemica, micronutrienti, tollerabilità intestinale, tempi di svuotamento gastrico. Nessuno sta dicendo che alimentarsi con ciambelle, BigMac e bibite zuccherate sia una forma superiore di saggezza alimentare.

Ma il punto è un altro.  

Durante uno sforzo lungo, la priorità non è dimostrare purezza ideologica: è continuare a produrre energia. In gara e nei lunghi allenamenti, il corpo non premia sempre l’alimento più nobile sulla carta; premia ciò che viene assorbito, tollerato, praticato e trasformato in lavoro meccanico. Il carburante perfetto che resta nello stomaco è filosofia fallita. Il cibo imperfetto che entra, passa e sostiene la prestazione diventa fisiologia applicata.

In gara, invece, devo risolvere un problema più semplice e più feroce: non svuotare il serbatoio. Perché quando il serbatoio è vuoto, non importa quanto fosse elegante il piano nutrizionale su carta: si entra nel regno mistico della mesta passeggiata , quella in cui ogni atleta scopre improvvisamente la teologia del “perché l’ho fatto?”.

Quindi sì: una caloria è una caloria, nel senso funzionale del termine. È energia disponibile. È moneta metabolica. È la differenza tra restare dentro la gara o diventare arredamento urbano sul ciglio della strada.

Poi, certo, c'è tutta quella partye noisoa e banale che vi ripete anche l'ultimo degli aspiranti allievi aiuti allenatori, ovvero: allenati bene, mangia con criterio, prova tutto prima.

Che due cojoni!

Ma per quello ci sono i nutrizionisti, che fanno il loro lavoro in maniera seria e professionale.

L'importante è essere consapevoli che, a volte quella "benzina" ha spesso la forma indecorosa di un panino di McDonald o di un panettone avanzato 🐼


giovedì 21 maggio 2026

Quando il coach comunica di essere irreperibile...

 

E' capitato che in prossimità di qualche impegno, o per la partecipazione a gare molte lunghe, con qualche giorno di anticipo comunico ai ragazzi che alleno la mia indisponibilità a rispondere alle loro richieste ovvero a rimodulare la programmazione degli allenamenti.

A nulla valgono in questo caso le mie rassicurazioni sul fatto di essermi comunque assicurato di non aggiornato i programmi e di non aver lasciato questioni insolute.

Hai comunicato che dal giorno X non puoi rispondere? Dal giorno X+1 minuto scatta il panico totale.

Gente che ti chiede di spiegare una nomenclatura di un esercizio (che per due anni avevano eseguito tranquillamente),   gente che ti chiede se può sostituire un allenamento con un altro (previsti entrambi tra due settimane) e gente che ti scrive anche mentre stai gareggiando con l'esigenza di comunicarti, "anche se stai gareggiando" che non gli funzionano i rulli.

Perchè alla fine, la parola rassicurante del coach funziona meglio dello Xanax. 

lunedì 18 maggio 2026

Il mio Long Trail dei Monti Simburini 2026 (48km D+3000)

 

Che sarebbe stata una gran faticcaccia lo sapevo.

Ma sapevo con altettanta certezza che ne sarebbe valsa la pena.

Il mio esordio nel mondo dell'Ultra Trail è andato esattamente come previsto, dal tempo che avevo stimato in base ai miei allenamenti, agli neluttabili acciacchi con i quali avrei finito la gara, fino alla meraviglia di un percorso da mozzare il fiato sia per la durezza che, ancor di più, per la bellezza, sempre organizzato in maniera eccellente da Antonio Orlandi e il suo gruppo che ancora una volta valorizzano il territorio nel modo migliore. 

La prima parte i discesa in mezzo al bosco vola via in un attimo, ma è solo l'inizio.

Da Vallepietra le cose cominciano a farsi serie, con la lunghissima salita che ci porterà prima al Santuario della SS. Trinità, sotto alla imponente rupe dell'aratro e poi ancora, dopo esserci ricongiunti con il percorso del medium Trail, fino a Monte Autore, dove a quota 1885mt troviamo ancora sprazzi di neve.

La fatica qui è già rilevante, ma il panorama che ci regalano "Le Vedute" è uno di quei momenti che io chiamo "Right here Right Now", ovvero il luogo e l'attimo in cuiti sei allenato per mesi per essere proprio lì.

Nei prossimi tratti in discesa, decisamente fangosi, non avendo ancora grandi capacità tecniche da trail runner penso soprattutto a non commettere errori, anche a costo di perdere qualche minuto.

Dopo una quindicina di chilometri di saliscendi c'è l'ultimo discesose di giornata che ci porterà quasi a Subiaco, con 35km di gara alle spalle e i 15km finali durissimi quasi tutti di salita.

Gli eserti mi avevano detto che la gara si fa da questo punto e decido di non forzare gestendo sempre le forze.

Ma più che dal punto di vista fisico (o meglio, oltre che dal punto di vista fisico), qui subentra anche  l'aspetto mentale, perchè dopo aver superato un paio di persone all'attacco della salita, non vedrò più altri atleti nè prima nè dietro di me.

Altre due ore e mezzo di gara in solitaria tra boschi, rocce e paesaggi spettacolari.

Nei rari tratti di falso piano a scendere riesco a correre ancora decentemente, ma i sentieri sconnessi e rocciosi uniti alla stanchezza accumulata rallentano decisamente il mio ritmo.

Quando mancano ormai 3km e la strada torna a risalire in maniera importante le forze ci sono ancora e il passo in salita è solido e costante.

Taglio il traguardo poco sopra le 8 ore, a metà classifica, esattamente in linea con le mie aspettative di una gara da 8h30'/9h.

E dopo l'arrivo, dopo gli abbracci con gli amici, arriva il premio più bello.

La medaglia?

Anche, ma in questo caso mi riferivo al caldo piatto di pasta e ceci che in 5 minuti mi ha rifocillato corpo, testa e anima.


 

venerdì 15 maggio 2026

Gente del Team Panda

 

Ciao Ste, l'articolo a sto giro te lo scrivo... 
Però lo scrivo così: come se scrivessi un messaggio a te. 
Perché è a te che voglio scrivere. 
Potrei parlarti della gara, del personal best, del maltempo o della strategia di gara. 
Invece no. 
Invece ti voglio parlare di un gruppo di persone speciali... 
Ma non speciali a parole, speciali nei fatti. 

Voglio raccontarti di quello che è successo in questi 3 giorni: voglio parlarti di Mattia che al primo sprint ha avuto l'aiuto di tutti noi e ha ricambiato il giorno dopo nonostante dovesse partire, voglio parlarti del mio check bike andato male per il quale si sono fermati tutti mentre Alessio mi sistemava la bici, voglio parlarti di come tutti abbiamo aiutato Peppino a partecipare alla gara nonostante un grave imprevisto e l'abbiamo fatto, tutti, senza neanche pensarci un attimo. 

Voglio parlarti anche di quando mi sono dimenticato il tagliandino del pasta party e gli altri 3 al tavolo si sono tolti un po' di cibo dal piatto per fare mangiare anche me. 

Sembrano piccole cose, ma è in queste piccole cose che ti rendi conto di quanto le persone valgano. 

Voglio solo dirti, ma tanto già lo sai, che questo gruppo è fatto di gente in via d'estinzione, di gente vera, che ha dei valori condivisi quando si mette la tuta dei Panda. 

Hai creato qualcosa di speciale e io sarò sempre in debito con questo team, non lo dico solo perché mi hanno fatto subito sentire parte del gruppo e mi diverto come un matto ma perché, a 40 anni, non pensavo di poter vivere un'esperienza così bella. 

Bella non solo sportivamente ma anche a livello umano. 

We are Team Panda Grazie Ste
(Giorgio) 

Commenti

Related Posts with Thumbnails