venerdì 31 luglio 2026

La costruzione di un atleta

 

La crescita di un atleta non può essere spiegata esclusivamente attraverso il miglioramento delle proprie prestazioni sportive, della forza o della tecnica. Dietro l’evoluzione  esiste un processo più ampio: costruzione mentale, responsabilità personale, continuità del lavoro e coerenza dell'allenatore.

Preparare un atleta per un Ironman non significa renderlo capace di sopportare molte ore di allenamento ma insegnargli a prendere decisioni corrette quando è stanco, sotto pressione e lontano dalle sensazioni previste.

La ricerca sull’endurance mostra che autoregolazione, controllo dell’attenzione e gestione dello sforzo partecipano direttamente al pacing. Un atleta evoluto è quello che riesce a distribuire razionalmente le proprie risorse anche quando entusiasmo, paura o difficoltà di gara spingerebbero a cambiare strategia.

Questa capacità deve essere allenata nel tempo attraverso il saper riconoscere ciò che sta accadendo, anziché limitarsi a eseguire numeri prescritti.

Una gara importante modifica inevitabilmente il significato percepito di ogni sensazione. Una frequenza cardiaca leggermente più alta, una partenza caotica o pochi watt in meno possono essere interpretati come segnali di fallimento.

Il lavoro mentale non deve quindi produrre un atleta artificialmente “positivo”, ma una persona capace di osservare il problema, regolare la risposta emotiva e continuare ad agire in modo funzionale. 

Nel tennis si parla di serve plus one: una battuta più efficace non vale soltanto per il punto diretto, ma rende più semplice e aggressivo il colpo successivo.

Nel triathlon potremmo parlare di performance plus one.

Una tecnica di nuoto più economica non serve soltanto a guadagnare qualche secondo, ma permette di uscire dall’acqua meno affaticati. 

Una posizione aerodinamica sostenibile non deve soltanto ridurre la resistenza, ma consentire di correre bene. 

Una strategia nutrizionale efficace deve preservare lucidità e capacità muscolare nelle ultime ore di gara.

Ogni intervento dovrebbe quindi essere valutato non soltanto per il vantaggio immediato, ma per l’effetto che produce sulla fase successiva.

La prestazione di alto livello nasce da un lavoro prolungato, intenzionale e accompagnato da feedback. La pratica deliberata contribuisce allo sviluppo della competenza, ma non spiega da sola tutte le differenze tra gli atleti: qualità del programma, caratteristiche individuali, recupero e ambiente restano determinanti.

Costruire nel lungo periodo non significa quindi ripetere per anni lo stesso schema. Un triatleta deve evolvere, sperimentare nuove soluzioni, sviluppare forza, tecnica, adattabilità tattica e capacità di affrontare percorsi e condizioni differenti. Anche l’inserimento RAZIONALE della forza, per esempio, può migliorare economia e prestazione senza necessariamente modificare il VO₂max.

Uno staff efficace (coach, nutrizionista, fisioterapista, ecc..) può supportare la crescita di un atleta anche attraverso opinioni diverse, ma con un confronto  in grado di trasmettere poi all'atleta stesso un messaggio univoco, chiaro e semplice. 

L’ambiente di lavoro, infine, deve permettere di lavorare duramente senza vivere ogni seduta come un esame. Serenità, leggerezza e sorriso non sono l’opposto della professionalità: spesso sono le condizioni che consentono di sostenere un progetto per molti anni.

Il compito di un coach è dunque quello di costruire un atleta capace di comprendere il proprio percorso, assumersi responsabilità, adattarsi agli imprevisti e continuare a evolvere cercando, come in ogni ambito, sempre la versione migliore di noi stessi.

giovedì 30 luglio 2026

Come si supera una una gara andata male...

 

Una gara può andare male in molti modi. Si può concludere lontano dal tempo previsto, perdere progressivamente efficacia, commettere errori nella gestione dello sforzo, incontrare problemi nutrizionali oppure arrivare al traguardo con la sensazione di non avere espresso il proprio reale potenziale. A volte, invece, il risultato è oggettivamente buono, ma rimane distante dalle aspettative costruite durante i mesi precedenti.

In tutti questi casi, la prima reazione tende a essere emotiva: delusione, rabbia, frustrazione, vergogna, ricerca immediata di una spiegazione. È una risposta comprensibile, soprattutto quando la gara rappresentava il punto di arrivo di un lungo ciclo di preparazione.

Il problema nasce quando il risultato viene trasformato troppo rapidamente in un giudizio complessivo sull’atleta: sono una pippa, non riuscirò mai a tornare ai miei livelli, ho sprecato mesi di lavoro, sotto pressione fallisco sempre.

Una prestazione negativa, però, è un evento complesso che rappresenta soltanto ciò che l’atleta è riuscito a esprimere in quelle specifiche condizioni e in quel preciso momento.

La preparazione fisica costituisce certamente una parte fondamentale del risultato, ma non è l’unica. 

Nelle ore immediatamente successive alla competizione, l’atleta raramente possiede la lucidità necessaria per produrre un’analisi affidabile. La fatica fisica, il confronto con le aspettative e l’intensità emotiva favoriscono giudizi assoluti e ricostruzioni poco equilibrate.

La ricerca sulla paura del fallimento nello sport mostra che ciò che gli atleti temono non è soltanto il risultato negativo, ma soprattutto le sue conseguenze percepite.

Per questo motivo, la reazione iniziale può essere sproporzionata rispetto all’effettivo significato tecnico della gara. L’atleta sta semplicemente  difendendo l’immagine che possiede di sé.

Gli studi sulla self-compassion nello sport mostrano che un atteggiamento meno giudicante verso sé stessi non equivale ad abbassare gli standard o a cercare giustificazioni, ma potrebbe favorire una migliore regolazione delle emozioni negative e una risposta psicofisiologica più adattiva al ricordo di un fallimento sportivo, a patto di non romanticizzare il fallimento.

Si sente spesso affermare che dalle sconfitte si impari più che dalle vittorie. Cazzate.

Cosa fare allora?

1. PER 24 ORE NON PRENDERE DECISIONI

Non guardare continuamente classifiche, foto e dati.

2. INTERROMPI IL PROCESSO MENTALE CONTINUO

Ripensare alla gara non significa necessariamente analizzarle: la mente ripete le stesse scene senza produrre alcuna soluzione.

3. NON CERCARE DI CONVINCERTI CHE NON IMPORTA

Importava. Per questo fa male.

4. TORNA RAPIDAMENTE ALLA NORMALITÀ

Dopo il recupero fisico, riprendi allenamenti facili, lavoro, famiglia e relazioni. Non aspettare di sentirti nuovamente motivato per ricominciare. L’azione spesso precede la motivazione.

5. SCEGLI UN SOLO PASSO SUCCESSIVO

Non devi correggere tutto.

La fiducia non ritorna attraverso le frasi motivazionali ma accumulando piccole prove di competenza.

 

E infine la cosa più importante: non buttare subito soldi iscrivendoti a un’altra gara per vendicarti.

Ma probabilmente già l'hai fatto.

(Proprio come avremmo fatto tutti noi!)   

 

Riferimenti scientifici essenziali

Abbiss, C. R., & Laursen, P. B. (2008). Describing and understanding pacing strategies during athletic competition. Sports Medicine.

Ceccarelli, L. A., Giuliano, R. J., Glazebrook, C. M., & Strachan, S. M. (2019). Self-Compassion and Psycho-Physiological Recovery From Recalled Sport Failure. Frontiers in Psychology.

Fullagar, H. H. K. et al. (2015). Sleep and athletic performance: the effects of sleep loss on exercise performance, and physiological and cognitive responses to exercise. Sports Medicine.

Huang, D. et al. (2025). Enhancing athlete performance under pressure: the role of attribution training in mitigating choking. Frontiers in Psychology.

Kellmann, M. et al. (2018). Recovery and Performance in Sport: Consensus Statement. International Journal of Sports Physiology and Performance.

Meeusen, R. et al. (2013). Prevention, diagnosis, and treatment of the overtraining syndrome. Medicine & Science in Sports & Exercise.

Mountjoy, M. et al. (2023). International Olympic Committee consensus statement on Relative Energy Deficiency in Sport. British Journal of Sports Medicine.

Neumann, D. L., & McInnes, M. (2025). A Brief Writing Intervention Assists Athletes to Cope With Performance Failures. PsyCh Journal, 14(5), 787–798.

Racinais, S. et al. (2015). Consensus Recommendations on Training and Competing in the Heat. Sports Medicine.

Sagar, S. S., Lavallee, D., & Spray, C. M. (2007). Why young elite athletes fear failure: consequences of failure. Journal of Sports Sciences.

Zhang, N. et al. (2023). Athletes’ self-compassion and emotional resilience to failure: the mediating role of vagal reactivity. Frontiers in Psychology.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 28 luglio 2026

Il mio triathlon Sprint Bracciano 2026: superato (con merito) dall'allievo!

 

Era dal 2021 che non gareggiavo in uno sprint e tornare a indossare il pettorale nella distanza più breve del triathlon mi ha regalato nuovamente un'esperienza decisamente divertente e rilassata che fa sempre bene, oltre all'opportunità di rivedere tanti amici che non incontravo da tempo.

La giornata è perfetta per gareggiare e la partenza di prima mattina, anche per una gara sprint, consente anche di non impattare sulla domenica: ottima scelta!

Arrivo in discrete condizioni a questa gara, sebbene il fatto di non gareggiare da anni in questa categoria mi porta ad una partenza in seconda batteria che in qualche modo non mi consentirà di beneficiare al meglio di un'efficiente scia nei migliori gruppi di nuoto e ciclismo.


Di fatto, comunque riesco comunque ad impostare una gara regolare sia nel nuoto, abbastanza in solitaria, sia nel ciclismo, dove con un gruppetto di 4-5 persone manteniamo una discreta andatura, seppur perdendo un paio di minuti fondamentali dai gruppi di testa.


 Sulla corsa mi sento bene, ma non avevndo un passo veloce decido di impostarla in progressione.

4 giri da 1200mt ciascuno fatti ognuno più veloce del precedente, esattamente come volevo.

Ne esce fuori una gara decisamente soddisfacente per me che chiudo al 2° posto di categoria dietro a Matteo, atleta del Team panda che alleno e che conquista il primo posto con una gara eccellente, sugellata con una gran corsa.

Arrivare dietro un ragazzo che alleno resta l'unico caso in cui arrivare secondi mi rende  più felice che vincere.

Il che, naturalmente, non significa che non sia io stesso il primo a tiragli il collo alla prossima occasione! 


 

lunedì 27 luglio 2026

DNS: se non gareggio, non posso fallire

 

Ci sono atleti che si preparano per mesi a una gara importante, si allenano con continuità, completano i lunghi, migliorano i dati, provano materiali e nutrizione, organizzano la vita intorno all’obiettivo.

Poi la gara si avvicina e compare un motivo per non partire.

Un doloretto che fino alla settimana precedente non impediva di allenarsi. Una notte dormita male. Le sensazioni poco brillanti. Il meteo. Il lavoro. La paura che il problema possa peggiorare. La convinzione di non essere più nella condizione prevista.

Le chiamano motivazioni, ma possonoe ssere alibi o scuse: il problema può anche essere reale, ma viene ingrandito fino a trasformarlo nell’autorizzazione a evitare la gara.

Naturalmente non parlo di febbre, infezioni, traumi acuti, problemi clinici, limitazioni funzionali evidenti, indicazioni mediche o situazioni familiari serie. In questi casi rinunciare può essere la scelta più intelligente.

Parlo di quella zona molto più ambigua nella quale il corpo potrebbe gareggiare, magari rivedendo gli obiettivi, ma l’atleta preferisce non verificare cosa accadrebbe davvero.

La gara, del resto, ha un difetto: produce un risultato.

Finché ti alleni puoi continuare a essere l’atleta che pensi di essere. Puoi mostrare il miglior lungo, i watt dell’allenamento riuscito, il passo della ripetuta, il carico settimanale e la condizione teorica.

In gara il potenziale deve diventare una prestazione, e potrebbe anche non succedere.

Il DNS permette invece di conservare tutto intatto: non hai fallito, semplicemente non hai potuto dimostrare quanto valevi.

In psicologia dello sport questo meccanismo è vicino al self-handicapping: individuare, dichiarare o costruire un ostacolo che consenta di proteggere la propria immagine nel caso di un risultato negativo. Negli atleti è stato collegato alla difesa dell’autostima, alla paura del fallimento e alle forme meno funzionali di perfezionismo. Finez e colleghi lo hanno studiato direttamente nelle situazioni sportive; Török e colleghi hanno osservato che le preoccupazioni perfezionistiche possono favorirlo; Kang e Gong hanno trovato una relazione tra perfezionismo disfunzionale, paura del fallimento, self-handicapping e burnout.

I motivi che possono portare un atleta a tirarsi indietro sono molti:

  1. Paura di non raggiungere il tempo previsto. Dopo mesi passati a parlare di un obiettivo, accettare un risultato più lento diventa difficile.

  2. Paura di scoprire il proprio livello reale. Il risultato potrebbe mostrare che la preparazione, il talento o le aspettative non erano quelli immaginati.

  3. Protezione dell’immagine. Squadra, amici, coach, chat, Strava e social trasformano una gara in una verifica pubblica.

  4. Timore di deludere qualcuno. Alcuni atleti vivono il risultato come una misura del valore che hanno agli occhi del coach, della famiglia o del gruppo.

  5. Perfezionismo del “o tutto o niente”. Se non posso gareggiare al cento per cento, preferisco non gareggiare. Peccato che quasi nessuno arrivi a una gara lunga sentendosi perfetto.

  6. Ansia pre-gara interpretata come segnale fisico. Stanchezza, tachicardia, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali, sonno leggero e sensazioni insolite possono essere letti come prove di una condizione compromessa.

  7. Ricerca dell’alibi perfetto. Il fastidio, il meteo o il problema logistico permettono di spiegare in anticipo un eventuale risultato negativo.

  8. Catastrofizzazione del dolore. Un piccolo fastidio viene collegato immediatamente all’ipotesi di infortunio, ritiro o danno duraturo.

  9. Paura di rivivere una gara precedente andata male. Crisi, ritiro, problemi intestinali o crolli nella parte finale possono rendere minacciosa una nuova partenza.

  10. Burnout o esaurimento mentale. L’atleta ha completato il programma, ma nel frattempo ha perso interesse, coinvolgimento e disponibilità a sostenere un’altra giornata impegnativa.

  11. Motivazione prevalentemente esterna. La gara era stata scelta per dimostrare qualcosa, ricevere approvazione, seguire il gruppo o costruire un’identità. Quando arriva il momento di pagare il costo reale, quella motivazione non basta.

  12. Difficoltà ad accettare ciò che non può essere controllato. Meteo, avversari, percorso, meccanica, alimentazione e risposta del corpo rendono la gara molto meno prevedibile di un allenamento.

  13. Preparazione insufficiente riconosciuta troppo tardi. Durante i mesi precedenti ci si racconta che il tempo rimasto sarà sufficiente. A ridosso della gara la distanza tra condizione reale e obiettivo diventa evidente.

  14. Conservazione del potenziale immaginato. “Se fossi partito avrei fatto una grande gara” è psicologicamente più comodo di un risultato reale, ordinario e verificabile.

Gli studi sulla paura del fallimento mostrano che gli atleti non temono soltanto la sconfitta. Temono la vergogna, la riduzione della stima di sé, l’assenza di un senso di realizzazione, l’incertezza sul futuro e la possibilità di deludere le persone importanti. Sono conseguenze percepite che spiegano perché, per alcuni, evitare la prova possa diventare preferibile rispetto al rischio di essere giudicati.

Anche il perfezionismo va interpretato bene. Cercare standard elevati può essere utile. Il problema nasce quando ogni errore viene vissuto come inaccettabile e un risultato inferiore alle aspettative diventa una svalutazione personale. Le ricerche di Hall, Kerr e Matthews e quelle di Stoeber e colleghi collegano soprattutto la preoccupazione per gli errori e le reazioni negative all’imperfezione con una maggiore ansia competitiva e una minore fiducia.

Nel triathlon l’ansia precompetitiva è tutt’altro che rara. Hammermeister e Burton rilevarono nei triatleti livelli di ansia cognitiva e somatica superiori rispetto a runner e ciclisti. Nello stesso studio, però, l’ansia non determinava automaticamente un peggioramento della prestazione. Essere agitati, dormire male o sentire il corpo diverso nei giorni precedenti non significa necessariamente essere incapaci di gareggiare.

Come coach non ritengo che il mio compito sia convincere un atleta a gareggiare a qualunque costo. Devo valutare il rischio, ascoltare i sintomi, osservare la funzionalità, eventualmente chiedere un parere medico e proteggere la salute dell’atleta.

Devo però anche evitare di confermare automaticamente ogni "via di fuga" delle ultime settimane.

La gara fa parte della preparazione. Bisogna preparare anche la possibilità di non sentirsi perfetti, di modificare l’obiettivo, di gestire una giornata mediocre, di essere superati, di sbagliare qualcosa e di ottenere un risultato inferiore alle attese.

Perchè lo sport, come la vita, ci presenterà continue occasioni dove esprimerci al nostro meglio, a patto che lasciamo che quelle occasioni siano poste in essere! 


Bibliografia

Clough P.J., Dutch S., Maughan R.J., Shepherd J. (1987), Pre-race drop-out in marathon runners: reasons for withdrawal and future plans, British Journal of Sports Medicine, 21, 148-149.

Clough P.J., Shepherd J., Maughan R.J. (1989), Marathon finishers and pre-race drop-outs, British Journal of Sports Medicine, 23, 97-101.

Hammermeister J., Burton D. (1995), Anxiety and the Ironman: Investigating the Antecedents and Consequences of Endurance Athletes’ State Anxiety, The Sport Psychologist, 9, 29-40.

Conroy D.E. (2004), The Unique Psychological Meanings of Multidimensional Fears of Failing, Journal of Sport and Exercise Psychology, 26, 484-491.

Sagar S.S., Lavallee D., Spray C.M. (2007), Why Young Elite Athletes Fear Failure: Consequences of Failure, Journal of Sports Sciences, 25, 1171-1184.

Hall H.K., Kerr A.W., Matthews J. (1998), Precompetitive Anxiety in Sport: The Contribution of Achievement Goals and Perfectionism, Journal of Sport and Exercise Psychology, 20, 194-217.

Stoeber J., Otto K., Pescheck E., Becker C., Stoll O. (2007), Perfectionism and Competitive Anxiety in Athletes, Personality and Individual Differences, 42, 959-969.

Finez L., Berjot S., Rosnet E., Cleveland C., Tice D.M. (2012), Trait Self-Esteem and Claimed Self-Handicapping Motives in Sports Situations, Journal of Sports Sciences, 30, 1757-1765.

Török L., Szabó Z.P., Orosz G. (2022), Elite Athletes’ Perfectionistic Striving vs. Concerns as Opposing Predictors of Self-Handicapping, Frontiers in Psychology, 13, 862122.

Gustafsson H., Sagar S.S., Stenling A. (2017), Fear of Failure, Psychological Stress, and Burnout among Adolescent Athletes Competing in High-Level Sport, Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports, 27, 2091-2102.

Lonsdale C., Hodge K., Rose E. (2009), Athlete Burnout in Elite Sport: A Self-Determination Perspective, Journal of Sports Sciences, 27, 785-795.

Sorkkila M., Tolvanen A., Aunola K., Ryba T.V. (2019), The Role of Resilience in Student-Athletes’ Sport and School Burnout and Dropout, Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports, 29, 1059-1067.

Molenaar B., Willems C., Verbunt J., Goossens M. (2021), Achievement Goals, Fear of Failure and Self-Handicapping in Young Elite Athletes with and without Chronic Pain, Children, 8, 591.

Kang W., Gong C. (2024), Exploring Potential Mediating Mechanisms between Maladaptive Perfectionism and Athlete Burnout, Frontiers in Psychology, 15, 1416281.

sabato 25 luglio 2026

Garmin acquisisce Training Peaks (e TrainHeroic): qualche coniderazione ed eventuali sviluppi

 
Il 22 luglio 2026 Garmin ha acquisito TrainingPeaks e TrainHeroic, portando dentro il proprio ecosistema due delle piattaforme più importanti per la programmazione dell’allenamento endurance e della forza. Circa 120 dipendenti entreranno nell’organico Garmin, mentre il valore economico dell’operazione non è stato comunicato.

A prima vista potrebbe sembrare la solita acquisizione tecnologica: Garmin produce gli strumenti che registrano l’allenamento e ora compra il software che permette di analizzarlo. In realtà l’operazione è molto più importante.

Garmin non ha acquistato soltanto dati, grafici e calendari.

Ha acquistato il punto nel quale un coach decide che cosa deve fare l’atleta, controlla come lo ha fatto e modifica ciò che dovrà fare successivamente.

La novità più importante emersa dopo l’annuncio iniziale riguarda il futuro degli utenti non Garmin.

Secondo quanto riferito dai rappresentanti delle aziende a Slowtwitch, TrainingPeaks e TrainHeroic continueranno, almeno nel futuro prevedibile, a operare come un’unità separata sotto il controllo Garmin, mantenendo un’impostazione indipendente dal marchio dei dispositivi e degli smart trainer utilizzati. Anche Lee Gerakos, responsabile di TrainingPeaks e TrainHeroic, ha assicurato ai clienti che TrainingPeaks continuerà a essere un ecosistema cross-platform.

Questo significa che non è prevista una chiusura immediata verso COROS, Polar, Suunto, Wahoo, Hammerhead, Apple o gli altri sistemi già collegati alla piattaforma.

Dirk Friel resterà inoltre coinvolto come consulente strategico e Lee Gerakos continuerà a guidare l’attività. È un segnale di continuità che riduce il rischio di un assorbimento frettoloso dentro Garmin Connect.

La rassicurazione è importante, ma contiene anche una formula da leggere con attenzione: “nel futuro prevedibile”.

Nessuno può dunque già sapere se tutte le integrazioni continueranno a ricevere, negli anni, lo stesso livello di sviluppo.

Garmin era già molto forte nel registrare ciò che accadeva all’atleta.

Possedeva dispositivi, Garmin Connect, gli algoritmi Firstbeat, Training Readiness, HRV Status, Body Battery, Training Effect, Garmin Coach, Tacx e numerosi strumenti per la valutazione del recupero.

Quello che mancava era un vero ambiente professionale nel quale un coach potesse programmare una stagione, gestire più atleti, distribuire allenamenti, controllare la compliance e interpretare l’evoluzione del carico.

Le testate specializzate hanno quindi interpretato l’operazione come un’espansione di Garmin dalla raccolta dei dati alla gestione dell’intero percorso dell’atleta. Garmin Rumors ha riassunto efficacemente la differenza: Firstbeat ha portato Garmin dentro la fisiologia registrata dal dispositivo; TrainingPeaks la porta dentro il lavoro del coach.

Un altro elemento interessante emerge dal linguaggio utilizzato da Garmin.

Nel comunicato non si parla principalmente di coaching automatico, ma di esperienze di coaching più autentiche e di collegamento tra atleti e allenatori professionisti. Cycling Weekly ha interpretato l’acquisizione come un voto di fiducia nel coaching umano in un mercato sempre più affollato da sistemi automatici e applicazioni basate sull’intelligenza artificiale.

Questo non significa che Garmin rinuncerà all’AI. È molto più probabile che la utilizzi per automatizzare analisi preliminari, segnalare anomalie, riassumere i dati o suggerire modifiche.

Ma il patrimonio più importante di TrainingPeaks non è un algoritmo.

È costituito da anni di programmi elaborati da coach, allenamenti prescritti, risposte degli atleti, modifiche effettuate e risultati ottenuti. È un’enorme infrastruttura di coaching reale.

Per il coach competente può essere un vantaggio, per gli altri invece, il rischio di essere sostituito da funzioni automatiche aumenterà.

Il primo sviluppo atteso è una sincronizzazione molto più profonda tra Garmin e TrainingPeaks.

Il coach potrebbe avere nello stesso ambiente allenamenti programmati, file completati, sonno, HRV, stress, recupero, Training Readiness e altri indicatori raccolti dai dispositivi Garmin. Non è ancora stata annunciata una roadmap, ma l’integrazione tra dati fisiologici Garmin e pianificazione TrainingPeaks rappresenta la conseguenza tecnica più logica dell’operazione.

TrainHeroic può invece colmare uno dei limiti storici del coaching endurance: la gestione della forza. Video degli esercizi, serie, ripetizioni, carichi, progressioni e feedback potrebbero essere collegati in modo più efficace al calendario di nuoto, ciclismo e corsa.

C’è poi TrainingPeaks Virtual. La piattaforma indoor nata dall’acquisizione di indieVelo dispone già di allenamenti sincronizzati, eventi, gare, percorsi caricati tramite GPX e strumenti dedicati ai coach. Garmin possiede anche i rulli Tacx e la relativa applicazione. La convivenza futura tra i due ambienti non è stata spiegata, ma Cyclingnews considera TrainingPeaks Virtual uno degli asset che potrebbero beneficiare maggiormente delle risorse Garmin e diventare un concorrente più forte di Zwift e MyWhoosh.

C’è un dettaglio meno evidente ma strategicamente interessante.

TrainingPeaks indica tra i propri marchi registrati TSS, Training Stress Score, NP, Normalized Power, IF e Intensity Factor: termini utilizzati quotidianamente da coach, atleti, produttori di dispositivi e piattaforme di analisi.

Con l’acquisizione Garmin non controlla quindi soltanto una piattaforma, ma entra anche in possesso di una parte rilevante della proprietà intellettuale sulla quale è stato costruito il linguaggio moderno dell’allenamento con potenza.

Non significa che gli altri sistemi smetteranno di utilizzare queste metriche. Significa però che il principale produttore di dispositivi endurance diventa anche proprietario dell’azienda che ha registrato alcuni degli indicatori più diffusi del settore.

Il problema principale resta la neutralità.

TrainingPeaks è diventata centrale perché permette a un coach di seguire contemporaneamente atleti Garmin, COROS, Polar, Suunto, Wahoo o Apple. Ora il proprietario della piattaforma compete direttamente con molti di questi produttori.

Garmin non avrebbe alcun interesse immediato a chiudere TrainingPeaks agli altri dispositivi: ne ridurrebbe drasticamente il valore. Il rischio più realistico è più sottile.

Le integrazioni Garmin potrebbero diventare progressivamente più complete, veloci e ricche di dati, mentre quelle concorrenti resterebbero formalmente disponibili ma più limitate. Si creerebbero così utenti di prima e seconda fascia senza bisogno di chiudere alcun collegamento.

È la preoccupazione espressa soprattutto dalle piattaforme concorrenti indipendenti, che sottolineano come la pianificazione di un atleta venga ora affidata a una società che produce anche l’hardware utilizzato per registrarla. La loro posizione è chiaramente interessata, ma il problema strategico esiste.

Rimangono inoltre aperte le questioni economiche. Garmin non ha annunciato variazioni dei prezzi, modifiche agli account o integrazioni con Garmin Connect+. Non sappiamo se TrainingPeaks Premium, Virtual, TrainHeroic, Tacx e Connect+ resteranno abbonamenti separati o verranno riuniti in nuovi pacchetti.

Per quanto riguarda il mio punto di vista e probabili sviluppi, nel breve periodo vedo più opportunità che problemi: maggiori risorse, migliore sincronizzazione, possibile accesso ai dati Garmin, gestione della forza e crescita di TrainingPeaks Virtual.

Sarebbe però prudente conservare esternamente le librerie più importanti, esportare periodicamente i dati degli atleti e non far dipendere l’intero metodo di lavoro da una sola piattaforma.

Soprattutto, il coach deve smettere di presentare il proprio servizio come semplice compilazione di TrainingPeaks.

Il valore non è inserire una serie di allenamenti in un calendario. Il valore è interpretare i dati, comprendere il contesto, assumersi la responsabilità delle decisioni e costruire una relazione che nessun algoritmo può ridurre a un numero.

L’acquisizione è probabilmente positiva nel breve periodo.

Garmin può finalmente mettere in comunicazione hardware, fisiologia, pianificazione, forza, ciclismo indoor e coaching professionale. La conferma della continuità cross-platform riduce il rischio di conseguenze immediate per chi utilizza altri dispositivi.

Nel lungo periodo bisognerà però controllare tre elementi: neutralità delle integrazioni,  rapporto tra indicazioni del coach e raccomandazioni automatiche Garmin e, probabilmente quello che ci interessa di più, la politica degli abbonamenti.

Perchè in questi casi si cominci già a sentire puzza di incrementi... 


mercoledì 22 luglio 2026

Quale parte del lavoro del coach è davvero automatizzabile?

Prendiamo un una gara su distanza Ironman.

L'AI può calcolare NP, IF, VI, decoupling, distribuzione della frequenza cardiaca, tempo in zona, oscillazione verticale, cadenza e ampiezza del passo. Lo fa in pochi secondi e probabilmente senza errori.

Quello che non sa fare è decidere quale dato conta davvero comparandoli con la giusta richiesta.

Immagina due atleti che chiudono la bici con la stessa NP: 220 watt.

Il primo arriva in T2 con un VI di 1,02, deriva cardiaca del 4%, alimentazione regolare e maratona costante.

Il secondo arriva con la stessa NP ma un VI di 1,10, continui rilanci in salita e in uscita curva, frequenza cardiaca progressivamente crescente e una maratona che crolla dopo il trentesimo chilometro.

Se guardi solo la NP, i due file sembrano simili.

Se guardi come quella NP è stata costruita, raccontano due gare completamente diverse.

Ed è qui che un coach fa la differenza.

La domanda non è: "Quanti watt ha sviluppato?"

La domanda è: quanto è costato produrre quei watt?

Lo stesso vale per la corsa.

Due atleti possono correre a 4'40"/km. Uno mantiene cadenza, oscillazione verticale e ampiezza del passo quasi invariate fino al traguardo. L'altro produce lo stesso passo aumentando la frequenza, accorciando il passo e perdendo economia di corsa.

Il cronometro dice che stanno correndo uguale.

I dati raccontano che uno sta ancora gestendo la gara, mentre l'altro sta semplicemente rallentando meno degli altri.

Giusto? Mica è detto.

Bisogna vedere anche che tipo di comparazione si va a fare, perchp gare e contesti diversi possono produrre risultati totalmente inattendibili o fuorvianti. 

Per questo motivo continuo a pensare che, nei prossimi anni, il valore del coach non sarà produrre più dati, ma fare domande migliori ai dati che già abbiamo.

martedì 21 luglio 2026

14 atleti, lo stesso Ironman, 14 gare completamente diverse.

 

Ho raccolto e analizzato i dati completi di 14 atleti impegnati all’Ironman Klagenfurt 2026, confrontando ogni frazione nel dettaglio: passo e bracciata nel nuoto, transizioni, potenza normalizzata, IF, VI, cadenza e risposta cardiaca in bici, gestione dei due giri, pacing e dinamiche della maratona.

L’obiettivo era finalizzato capire come ogni prestazione si fosse costruita e, soprattutto, dove avesse iniziato a deteriorarsi.

Perché la bici più veloce non sempre produce il miglior risultato finale.
Perché due atleti con tempi simili possono aver disputato gare completamente diverse.
E perché nutrizione, intensità, regolarità e tenuta meccanica nella corsa devono essere analizzate insieme, non come dati separati.

Il risultato è un report tecnico comparativo completo, con grafici, tabelle, analisi individuali e indicazioni operative per il coaching.

📊 Leggi il report completo PandaLab Performance Analysis:
Ironman Klagenfurt 2026 – Analisi comparativa di 14 atleti


 

lunedì 20 luglio 2026

Come si costruisce un team di alta qualità partendo da un gruppo che non possiede ancora identità, abitudini e cultura comuni

Una squadra non si costruisce mettendo trenta persone nella stessa chat, facendole allenare con la stessa maglia o portandole insieme a una gara.

Quello crea un gruppo.

La squadra nasce quando esistono comportamenti riconoscibili, responsabilità individuali e standard etici condivisi.

Nel Team Panda e nel PandaLab significa che i coach possono preparare il programma, analizzare i dati, correggere gli errori e indicare una direzione, ma ogni atleta deve assumersi una parte del lavoro.

Deve comunicare.

Segnalare i problemi prima che diventino alibi.
Rispettare gli allenamenti, ma anche comprenderne lo scopo.
Accettare che alcune settimane non producano risultati immediati.
Contribuire al percorso degli altri senza trasformare ogni seduta in una classifica o peggio ancora, in un covo di suocere...

Anche la cultura di una squadra si allena.

Si allena nella puntualità, nella correttezza, nel modo in cui si affronta una giornata negativa, nel rispetto del lavoro altrui e nella capacità di accettare una correzione senza viverla come un attacco personale.

Un coach deve avere attenzione per la persona, ma anche aspettative elevate.

Voler bene a un atleta non significa dirgli sempre che va tutto bene.

A volte significa dirgli che può fare meglio, che sta evitando una responsabilità, che il comportamento non è adeguato o che il lavoro svolto non corrisponde agli obiettivi dichiarati.

Il Team Panda e il PandaLab devono funzionare così: persone diverse, livelli diversi, obiettivi diversi, ma lo stesso modo serio di stare dentro al progetto.

Perché la qualità di una squadra si vede soprattutto nei giorni normali, quando non ci sono foto, medaglie o classifiche da pubblicare.

venerdì 17 luglio 2026

Analisi tecnica della prestazione di Stefano Di Tonno all'IronMan Klagenfurt 2026

Questo lavoro è un’analisi della prestazione di Stefano Di Tonno all’IRONMAN Klagenfurt 2026, studiando nel dettaglio i dati delle tre frazioni, delle transizioni e degli ultimi 90 giorni di preparazione.

Il documento nasce dall’analisi del file FIT della gara, dei dati TrainingPeaks, delle zone individuali, delle dinamiche di corsa e del feedback fornito dall’atleta. Non si limita quindi ai tempi finali, ma prova a ricostruire come la prestazione si sia evoluta nel corso delle oltre undici ore di gara, individuando il momento preciso in cui l’efficienza ha iniziato a ridursi.

Una parte fondamentale del lavoro è stata sviluppata insieme a Edoardo Mazzocchi, biologo nutrizionista specializzato in nutrizione sportiva e rieducazione alimentare, nonché nutrizionista dello stesso Stefano Di Tonno.

Edoardo ha integrato la lettura tecnica con la ricostruzione del protocollo alimentare utilizzato in gara, valutando quantità e distribuzione dei carboidrati, passaggio bici-corsa, gestione dei liquidi e del sodio e sostenibilità dell’integrazione fino alla parte finale della maratona.

Il confronto tra coach e nutrizionista era necessario perché, in un Ironman, pacing, fatica muscolare, biomeccanica, temperatura e nutrizione non agiscono separatamente. Il dato ci dice cosa è accaduto; il lavoro multidisciplinare serve a comprendere perché sia accaduto e come intervenire nella preparazione successiva.

Stefano ha concluso l’IRONMAN Klagenfurt in 11:01:49:

🏊 Nuoto: 1:13:32
🚴 Bici: 5:41:42
🏃 Corsa: 3:53:24

Il nuoto presenta una traiettoria regolare, senza deviazioni importanti, ma una progressiva perdita di efficienza. Nella seconda metà la cadenza rimane praticamente invariata, mentre diminuisce la distanza percorsa per ogni bracciata.

Il rallentamento deriva quindi soprattutto da una riduzione dell’avanzamento per ciclo, non da un abbassamento del ritmo delle braccia o da un evidente problema di navigazione.

La frazione ciclistica deve essere interpretata considerando un elemento tutt’altro che secondario: la bici personale di Stefano era stata rubata due giorni prima della gara.

Stefano ha quindi gareggiato con una bici da cronometro non sua e senza la possibilità di registrare potenza e cadenza. Non è possibile calcolare in maniera attendibile NP, IF, VI o distribuzione dei watt, né stabilire quanto il rallentamento finale sia dipeso da una minore produzione di potenza oppure dal peggioramento della posizione e dell’efficienza aerodinamica.

La frequenza cardiaca è rimasta comunque molto controllata. La perdita principale di velocità si concentra negli ultimi 44 km, quando possono aver inciso fatica muscolare, comfort, posizione sulla bici, capacità di rimanere in assetto aerodinamico e gestione dell’alimentazione su un mezzo non abituale.

La parte più interessante dell’analisi riguarda però la maratona.

Stefano corre i primi 20 km vicino ai 5:00/km. Il rallentamento stabile compare soprattutto tra il km 22 e il km 25.

Nella seconda metà il passo passa da 4:56/km a 6:12/km, mentre la frequenza cardiaca scende da 138 a circa 124 bpm. Diminuiscono anche la potenza di corsa, la cadenza e soprattutto l’ampiezza del passo. Le fasi di cammino passano dal 4,7% della prima metà al 25,1% della seconda.

Non è quindi il quadro classico di una crisi provocata da una frequenza cardiaca progressivamente fuori controllo. Frequenza cardiaca, velocità e capacità di produrre lavoro diminuiscono insieme.

Il limite finale sembra piuttosto derivare dalla combinazione di più fattori: fatica neuromuscolare, caldo, costo della partenza iniziale, riduzione della disponibilità energetica, difficoltà nel continuare ad alimentarsi e possibile gestione non ottimale di liquidi e sodio.

Ed è proprio nella lettura di questa parte che il contributo di Edoardo Mazzocchi è stato determinante.

L’analisi nutrizionale non si è fermata alla conclusione più facile: Stefano avrebbe assunto troppi carboidrati in bici e troppo pochi durante la corsa.

In bici risultano circa 100 g di carboidrati ogni ora, che diventano circa 106 g/h considerando anche il gel assunto in T1. Non è necessariamente una quantità sbagliata, soprattutto per un atleta che aveva già utilizzato e testato quei prodotti.

La domanda più importante è un’altra: quella quantità, assunta con quella distribuzione e in quelle condizioni, era realmente sostenibile fino alla fine della maratona?

Alcune assunzioni da circa 60 g concentrate in un’unica soluzione potevano risultare più impegnative rispetto a dosi inferiori e ravvicinate, soprattutto nell’ultima parte della bici, con caldo, fatica avanzata e una posizione non abituale.

Durante la corsa risultano invece soltanto 80 g di carboidrati quantificati in quasi quattro ore, oltre ad alcuni sorsi di cola. Stefano riferisce di non essere più riuscito ad alimentarsi con continuità già intorno al km 7-10, mentre il vero rallentamento arriva dopo il km 22.

La riduzione dei carboidrati durante la maratona può quindi aver contribuito alla crisi, ma può essere stata anche la conseguenza di una difficoltà già in corso. Non sarebbe corretto isolare una sola causa: alimentazione, partenza, caldo, fatica muscolare, liquidi e tolleranza gastrointestinale possono essersi progressivamente sommati.

Dal confronto con Edoardo è emersa una linea operativa precisa: non cambiare completamente prodotti e strategia e non inseguire semplicemente il numero più alto possibile di grammi.

Il prossimo protocollo dovrà puntare soprattutto sulla continuità:

– circa 90 g/h in bici, distribuiti in quantità più piccole e regolari;
– riduzione delle grandi dosi solide negli ultimi 60-75 minuti;
– prima assunzione in corsa dopo 5-10 minuti, senza attendere il km 10;
– piccole quantità ogni 15 minuti, con un obiettivo indicativo di 50-60 g/h;
– misurazione reale di liquidi, sodio, caffeina e quantità residue;
– prove specifiche dopo quattro o cinque ore di bici, quando continuare ad alimentarsi diventa realmente difficile.

Ringrazio Edoardo Mazzocchi per la competenza, la disponibilità e per aver contribuito a trasformare una lunga raccolta di dati in un’analisi condivisa e utilizzabile nella programmazione futura di Stefano.

Il risultato è un documento di 17 pagine con grafici, tabelle, dinamiche di corsa, confronto tra le frazioni, ricostruzione del protocollo nutrizionale, limiti dei dati disponibili e indicazioni operative da testare nei prossimi allenamenti.

📄 Qui è possibile leggere e scaricare gratuitamente l’analisi completa in PDF:

https://www.pandalabtraining.com/_files/ugd/69a5a5_0113df753ad54e9ca7560bcff9971bd1.pdf

giovedì 16 luglio 2026

I backtest nel triathlon (ovvero: il passato dà sempre ragione al coach?)

 

Nel mondo del coaching di triathlon si parla continuamente di dati, modelli previsionali, fitness, fatica, forma e risposta al carico. Si parla molto meno di backtest.

Il termine arriva soprattutto dalla finanza: si costruisce una regola e la si applica ai dati del passato per verificare se avrebbe realmente previsto ciò che è accaduto.

Il concetto esiste anche nella ricerca sportiva. Imbach e colleghi hanno utilizzato esplicitamente il backtesting per valutare modelli capaci di prevedere la prestazione sulla base dei dati disponibili fino a un determinato momento.

Nel triathlon, già Millet e colleghi avevano studiato gli effetti dei carichi di nuoto, ciclismo e corsa sulla prestazione e il possibile trasferimento degli adattamenti tra le tre discipline.

Il problema arriva quando il backtest viene confuso con l’analisi retrospettiva fatta dopo avere già visto il risultato.

L’atleta corre bene e nei dati troviamo il CTL corretto, il taper perfetto, la distribuzione ideale dell’intensità e il giusto numero di lunghi.

L’atleta corre male e negli stessi dati troviamo troppo carico, poca specificità, un IF eccessivo, il caldo, la nutrizione, lo stress o una settimana di recupero gestita male.

Con abbastanza metriche, una spiegazione si trova sempre.

Un backtest credibile dovrebbe stabilire prima quali dati utilizzare, quale previsione formulare e quale risultato considerare positivo o negativo. La regola dovrebbe poi essere verificata su gare o atleti che non sono stati utilizzati per costruirla.

Anche perché un modello può adattarsi benissimo ai dati storici e prevedere male quelli futuri.

Uno studio pubblicato nel 2025 ha evidenziato importanti problemi statistici nel classico Fitness-Fatigue Model: parametri difficili da identificare, rischio di overfitting e nessun miglioramento significativo della capacità predittiva aggiungendo la componente relativa alla fatica.

Nel triathlon la questione è ancora più complessa. Una prestazione dipende da preparazione, percorso, vento, temperatura, traffico, materiale, nutrizione, problemi gastrointestinali, strategia e decisioni prese durante la gara.

Persino un VI elevato può essere prodotto da salite, discese senza pedalare, curve o sezioni tecniche. Valutarlo senza confrontarlo con gli altri atleti sulla stessa gara  può portare a conclusioni completamente sbagliate.

Il backtest può essere utile per verificare le convinzioni del coach, trovare errori ricorrenti e ridurre il peso della memoria selettiva.

Acquista però valore soltanto quando vengono dichiarate prima le regole e pubblicati anche gli errori.

Perché spiegare una prestazione dopo che è avvenuta è relativamente semplice.

Prevederla prima è tutta un’altra disciplina.

Riferimenti

Imbach F. et al. (2022), Training load responses modelling and model generalisation in elite sports, Scientific Reports.

Marchal A. et al. (2025), Statistical flaws of the fitness-fatigue sports performance prediction model, Scientific Reports.

Millet G.P. et al. (2002), Modelling the transfers of training effects on performance in elite triathletes, International Journal of Sports Medicine.

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