Ci sono atleti che si preparano per mesi a una gara importante, si allenano con continuità, completano i lunghi, migliorano i dati, provano materiali e nutrizione, organizzano la vita intorno all’obiettivo.
Poi la gara si avvicina e compare un motivo per non partire.
Un doloretto che fino alla settimana precedente non impediva di allenarsi. Una notte dormita male. Le sensazioni poco brillanti. Il meteo. Il lavoro. La paura che il problema possa peggiorare. La convinzione di non essere più nella condizione prevista.
Le chiamano motivazioni, ma possonoe ssere alibi o scuse: il problema può anche essere reale, ma viene ingrandito fino a trasformarlo nell’autorizzazione a evitare la gara.
Naturalmente non parlo di febbre, infezioni, traumi acuti, problemi clinici, limitazioni funzionali evidenti, indicazioni mediche o situazioni familiari serie. In questi casi rinunciare può essere la scelta più intelligente.
Parlo di quella zona molto più ambigua nella quale il corpo potrebbe gareggiare, magari rivedendo gli obiettivi, ma l’atleta preferisce non verificare cosa accadrebbe davvero.
La gara, del resto, ha un difetto: produce un risultato.
Finché ti alleni puoi continuare a essere l’atleta che pensi di essere. Puoi mostrare il miglior lungo, i watt dell’allenamento riuscito, il passo della ripetuta, il carico settimanale e la condizione teorica.
In gara il potenziale deve diventare una prestazione, e potrebbe anche non succedere.
Il DNS permette invece di conservare tutto intatto: non hai fallito, semplicemente non hai potuto dimostrare quanto valevi.
In psicologia dello sport questo meccanismo è vicino al self-handicapping: individuare, dichiarare o costruire un ostacolo che consenta di proteggere la propria immagine nel caso di un risultato negativo. Negli atleti è stato collegato alla difesa dell’autostima, alla paura del fallimento e alle forme meno funzionali di perfezionismo. Finez e colleghi lo hanno studiato direttamente nelle situazioni sportive; Török e colleghi hanno osservato che le preoccupazioni perfezionistiche possono favorirlo; Kang e Gong hanno trovato una relazione tra perfezionismo disfunzionale, paura del fallimento, self-handicapping e burnout.
I motivi che possono portare un atleta a tirarsi indietro sono molti:
Paura di non raggiungere il tempo previsto. Dopo mesi passati a parlare di un obiettivo, accettare un risultato più lento diventa difficile.
Paura di scoprire il proprio livello reale. Il risultato potrebbe mostrare che la preparazione, il talento o le aspettative non erano quelli immaginati.
Protezione dell’immagine. Squadra, amici, coach, chat, Strava e social trasformano una gara in una verifica pubblica.
Timore di deludere qualcuno. Alcuni atleti vivono il risultato come una misura del valore che hanno agli occhi del coach, della famiglia o del gruppo.
Perfezionismo del “o tutto o niente”. Se non posso gareggiare al cento per cento, preferisco non gareggiare. Peccato che quasi nessuno arrivi a una gara lunga sentendosi perfetto.
Ansia pre-gara interpretata come segnale fisico. Stanchezza, tachicardia, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali, sonno leggero e sensazioni insolite possono essere letti come prove di una condizione compromessa.
Ricerca dell’alibi perfetto. Il fastidio, il meteo o il problema logistico permettono di spiegare in anticipo un eventuale risultato negativo.
Catastrofizzazione del dolore. Un piccolo fastidio viene collegato immediatamente all’ipotesi di infortunio, ritiro o danno duraturo.
Paura di rivivere una gara precedente andata male. Crisi, ritiro, problemi intestinali o crolli nella parte finale possono rendere minacciosa una nuova partenza.
Burnout o esaurimento mentale. L’atleta ha completato il programma, ma nel frattempo ha perso interesse, coinvolgimento e disponibilità a sostenere un’altra giornata impegnativa.
Motivazione prevalentemente esterna. La gara era stata scelta per dimostrare qualcosa, ricevere approvazione, seguire il gruppo o costruire un’identità. Quando arriva il momento di pagare il costo reale, quella motivazione non basta.
Difficoltà ad accettare ciò che non può essere controllato. Meteo, avversari, percorso, meccanica, alimentazione e risposta del corpo rendono la gara molto meno prevedibile di un allenamento.
Preparazione insufficiente riconosciuta troppo tardi. Durante i mesi precedenti ci si racconta che il tempo rimasto sarà sufficiente. A ridosso della gara la distanza tra condizione reale e obiettivo diventa evidente.
Conservazione del potenziale immaginato. “Se fossi partito avrei fatto una grande gara” è psicologicamente più comodo di un risultato reale, ordinario e verificabile.
Gli studi sulla paura del fallimento mostrano che gli atleti non temono soltanto la sconfitta. Temono la vergogna, la riduzione della stima di sé, l’assenza di un senso di realizzazione, l’incertezza sul futuro e la possibilità di deludere le persone importanti. Sono conseguenze percepite che spiegano perché, per alcuni, evitare la prova possa diventare preferibile rispetto al rischio di essere giudicati.
Anche il perfezionismo va interpretato bene. Cercare standard elevati può essere utile. Il problema nasce quando ogni errore viene vissuto come inaccettabile e un risultato inferiore alle aspettative diventa una svalutazione personale. Le ricerche di Hall, Kerr e Matthews e quelle di Stoeber e colleghi collegano soprattutto la preoccupazione per gli errori e le reazioni negative all’imperfezione con una maggiore ansia competitiva e una minore fiducia.
Nel triathlon l’ansia precompetitiva è tutt’altro che rara. Hammermeister e Burton rilevarono nei triatleti livelli di ansia cognitiva e somatica superiori rispetto a runner e ciclisti. Nello stesso studio, però, l’ansia non determinava automaticamente un peggioramento della prestazione. Essere agitati, dormire male o sentire il corpo diverso nei giorni precedenti non significa necessariamente essere incapaci di gareggiare.
Come coach non ritengo che il mio compito sia convincere un atleta a gareggiare a qualunque costo. Devo valutare il rischio, ascoltare i sintomi, osservare la funzionalità, eventualmente chiedere un parere medico e proteggere la salute dell’atleta.
Devo però anche evitare di confermare automaticamente ogni "via di fuga" delle ultime settimane.
La gara fa parte della preparazione. Bisogna preparare anche la possibilità di non sentirsi perfetti, di modificare l’obiettivo, di gestire una giornata mediocre, di essere superati, di sbagliare qualcosa e di ottenere un risultato inferiore alle attese.
Perchè lo sport, come la vita, ci presenterà continue occasioni dove esprimerci al nostro meglio, a patto che lasciamo che quelle occasioni siano poste in essere!Bibliografia
Clough P.J., Dutch S., Maughan R.J., Shepherd J. (1987), Pre-race drop-out in marathon runners: reasons for withdrawal and future plans, British Journal of Sports Medicine, 21, 148-149.
Clough P.J., Shepherd J., Maughan R.J. (1989), Marathon finishers and pre-race drop-outs, British Journal of Sports Medicine, 23, 97-101.
Hammermeister J., Burton D. (1995), Anxiety and the Ironman: Investigating the Antecedents and Consequences of Endurance Athletes’ State Anxiety, The Sport Psychologist, 9, 29-40.
Conroy D.E. (2004), The Unique Psychological Meanings of Multidimensional Fears of Failing, Journal of Sport and Exercise Psychology, 26, 484-491.
Sagar S.S., Lavallee D., Spray C.M. (2007), Why Young Elite Athletes Fear Failure: Consequences of Failure, Journal of Sports Sciences, 25, 1171-1184.
Hall H.K., Kerr A.W., Matthews J. (1998), Precompetitive Anxiety in Sport: The Contribution of Achievement Goals and Perfectionism, Journal of Sport and Exercise Psychology, 20, 194-217.
Stoeber J., Otto K., Pescheck E., Becker C., Stoll O. (2007), Perfectionism and Competitive Anxiety in Athletes, Personality and Individual Differences, 42, 959-969.
Finez L., Berjot S., Rosnet E., Cleveland C., Tice D.M. (2012), Trait Self-Esteem and Claimed Self-Handicapping Motives in Sports Situations, Journal of Sports Sciences, 30, 1757-1765.
Török L., Szabó Z.P., Orosz G. (2022), Elite Athletes’ Perfectionistic Striving vs. Concerns as Opposing Predictors of Self-Handicapping, Frontiers in Psychology, 13, 862122.
Gustafsson H., Sagar S.S., Stenling A. (2017), Fear of Failure, Psychological Stress, and Burnout among Adolescent Athletes Competing in High-Level Sport, Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports, 27, 2091-2102.
Lonsdale C., Hodge K., Rose E. (2009), Athlete Burnout in Elite Sport: A Self-Determination Perspective, Journal of Sports Sciences, 27, 785-795.
Sorkkila M., Tolvanen A., Aunola K., Ryba T.V. (2019), The Role of Resilience in Student-Athletes’ Sport and School Burnout and Dropout, Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports, 29, 1059-1067.
Molenaar B., Willems C., Verbunt J., Goossens M. (2021), Achievement Goals, Fear of Failure and Self-Handicapping in Young Elite Athletes with and without Chronic Pain, Children, 8, 591.
Kang W., Gong C. (2024), Exploring Potential Mediating Mechanisms between Maladaptive Perfectionism and Athlete Burnout, Frontiers in Psychology, 15, 1416281.
Nessun commento:
Posta un commento