mercoledì 22 luglio 2026

Quale parte del lavoro del coach è davvero automatizzabile?

Prendiamo un una gara su distanza Ironman.

L'AI può calcolare NP, IF, VI, decoupling, distribuzione della frequenza cardiaca, tempo in zona, oscillazione verticale, cadenza e ampiezza del passo. Lo fa in pochi secondi e probabilmente senza errori.

Quello che non sa fare è decidere quale dato conta davvero comparandoli con la giusta richiesta.

Immagina due atleti che chiudono la bici con la stessa NP: 220 watt.

Il primo arriva in T2 con un VI di 1,02, deriva cardiaca del 4%, alimentazione regolare e maratona costante.

Il secondo arriva con la stessa NP ma un VI di 1,10, continui rilanci in salita e in uscita curva, frequenza cardiaca progressivamente crescente e una maratona che crolla dopo il trentesimo chilometro.

Se guardi solo la NP, i due file sembrano simili.

Se guardi come quella NP è stata costruita, raccontano due gare completamente diverse.

Ed è qui che un coach fa la differenza.

La domanda non è: "Quanti watt ha sviluppato?"

La domanda è: quanto è costato produrre quei watt?

Lo stesso vale per la corsa.

Due atleti possono correre a 4'40"/km. Uno mantiene cadenza, oscillazione verticale e ampiezza del passo quasi invariate fino al traguardo. L'altro produce lo stesso passo aumentando la frequenza, accorciando il passo e perdendo economia di corsa.

Il cronometro dice che stanno correndo uguale.

I dati raccontano che uno sta ancora gestendo la gara, mentre l'altro sta semplicemente rallentando meno degli altri.

Giusto? Mica è detto.

Bisogna vedere anche che tipo di comparazione si va a fare, perchp gare e contesti diversi possono produrre risultati totalmente inattendibili o fuorvianti. 

Per questo motivo continuo a pensare che, nei prossimi anni, il valore del coach non sarà produrre più dati, ma fare domande migliori ai dati che già abbiamo.

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