A un certo punto mi sono fermato a riflettere sul mio percorso da coach.
Ho iniziato pensando e sostenendo che il fulcro essenziale del lavoro sia quello di saper gestire al meglio i propri atleti, attraverso il rapporto personale, la comunicazione e insegnando loro a percepire l'intensità delle loro espressioni metaboliche per otttenere il massimo in termini di prestazione ma anche di assimilazione più complessa del mondo sportivo.
In questa fase, ho completamente denigrato l'uso massivo e invadente dei dati, ricevendo anche dure (e a volte anche giuste) critiche su questa metodologia del tipo "contano solamente i dati" oppure "i numeri non mentono mai".
Poi però, una solida parte mondo del coaching, anche e soprattutto fatta da allenatori seri e rinomati, si è spostata verso questo tipo di lavoro, riconoscendo l'importanza delle "soft skills" (un concetto che mi fa cagare, vomitare e poi ricagare di nuovo) sulla freddezza dell'approccio analitico.
Quello che però molti non sapevano di me, è che una delle mie competenze professionali più certificate ed elevate è proprio quella dell'analisi e il mio iniziale rifiuto di sfruttare questa struttura anche in ambito sportiva era relativa solamente al fatto di voler anteporre (o forse, ripeto sottolineando il mio errore di gioventù, sovrapporre) il rapporto coach/atleta a quello freddo, seppur apparentemente più professionale, dei dati.
Col tempo e (ahimè) con l'esperienza (leggasi vestustà), riconoscendo che il mio percorso da allenatore in effetti era un po' monco senza l'approccio analitico, ho cominciato ad inserire in maniera sempre più decisa l'analisi e valutazione dei miei atleti.
Purtroppo (o per fortuna), agli occhi della gente, un coach che sa interpretare i dati appare assai più professionale di uno che sa gestire una relazione e di fatto, con questo "doppio binario", la mia credibilità come allenatore ha avuto un incremento esponenziale.
Il fatto, e chiudo, è che chi sa o ha saputo costruire relazioni forti, serie, oneste, reali e durature con le persone, fa sempre in tempo ad aggiungerci (o approfondire) l'aspetto professionale (o, come nel mio caso semplicemente ad inserirlo nella pianificazione), mentre chi per anni ha dato esclusivo valore a "ciò che è misurabile"... mi dispiace ma col cazzo che sarà in grado di ricostruire una efficace capacità relazionale.
E no, neanche partecipare a tutti i corsi per acquisire le "soft skills" vi sarà di aiuto.
Qualora vogliate accettare un consiglio, tenete a mente queste mie considerazioni quando vi approccerete al coaching...
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